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Se il «tengo famiglia» prevale su ogni «like»

Il dramma di un padre va rispettato, ma va egualmente rispettato il dramma di una vittima potenziale di fatti odiosi

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L’improvvida performance di Beppe Grillo su blog e social ha suscitato – com’era prevedibile – un coro di critiche e di reazioni avverse, tanto da far dubitare che il comico genovese, da consumato uomo di spettacolo qual è, non ne fosse consapevole prima di pronunciare la sua vibrante e scioccante arringa difensiva. Ma, si sa, I figl so piezz’ ‘e còre, e l’anagraficamente partenopeo Ciro, discendente del fondatore e leader carismatico dei Cinquestelle, non poteva per un gioco del destino sottrarsi a atmosfere da sceneggiata napoletana.

Ironia a parte, quel che è accaduto è molto grave, per una serie di ragioni.
Un processo per violenza sessuale di gruppo è cosa molto delicata, che meriterebbe silenzio e discrezione, non già di finire sotto i riflettori di uno show.

Anche se il protagonista dell' "operazione blog-Facebook” ha lo spettacolo nel DNA e, probabilmente, ha dato il meglio di sé nella lunga stagione da comico irriverente. In oltre un anno e mezzo Grillo si è comportato con discrezione, ora è esploso in un’ira degna del Pelide Achille. Quell’atteggiamento che è servito a mietere successi inenarrabili col suo Movimento Cinquestelle, ma che stona in una vicenda del genere.

Difficile capire se in Grillo senior sia prevalso il trasporto filiale o un calcolo, teso a trasformare – con le sue classiche strategie comunicative – l’ipotetico colpevole (innocente fino a prova contraria) in vittima. Evidente che, in ogni caso, elevando il suo canto di guerra, anticipatore di un auspicato peana, il comico genovese ha visibilmente steccato come un tenore non in giornata.
Ha adoperato i canali di solito utilizzati per la comunicazione politica per trattare una questione personale, confondendo profili che dovrebbero essere tenuti distinti. Quello pubblico e quello privato. Quasi a voler trovare una solidarietà che avrebbe dovuto cercare altrove.

E il giustizialismo, bandiera dei grillini?
Una parte della fortuna del Movimento viene proprio da quegli atteggiamenti fortemente colpevolisti “sparati” ad ogni piè sospinto, dalla lotta giudiziaria contro l’avversario, dallo slogan “noi onesti-gli altri disonesti”. Tale atteggiamento ha influenzato anche le scelte legislative in materia. E ora tutto questo sembra dissoltosi nel nulla.
Una nemesi?

Per certi versi sì, ma se si guarda alla vicenda da una differente prospettiva emerge che, in fondo, ad essere utilizzati sono i medesimi codici. Quelli del processo mediatico, anche se a ruoli invertiti. Quel che conta non sono i processi celebrati nei palazzi di giustizia, ma quelli sui social, sulle reti tv e sui giornali. In fondo è questo il messaggio che è sempre passato dalle condanne spietate pronunciate davanti alla corte di Facebook. In questo caso tutto è ribaltato. Spazio alla difesa (e solo alla difesa). Grillo si spinge ad analizzare gli elementi di prova per trarne delle conclusioni. A offrirsi (provocatoriamente) come vittima sacrificale. Ma un giudice dev’essere terzo e imparziale, ci dice la Costituzione. Nemo iudex in causa propria, ci dice il diritto romano nel Codice giustinianeo e – ancor prima – il buonsenso. Quel che è cambiato, in questa circostanza, è il ruolo dell’esponente pentastellato: da implacabile accusatore (degli altri) a strenuo difensore (dei suoi). Con una classica tecnica inquisitoria: l’accusatore è anche giudice; ora, il difensore è anche giudice. Per inciso, è ciò che avviene nelle dittature.

Del resto, che il giustizialismo grillino fosse a corrente alternata era noto, a partire dalla vicenda della sindaca di Roma Virginia Raggi. Lo confermano le dichiarazioni di solidarietà di queste ore – che non stupiscono – dei pasdaran del Movimento. Si può essere garantisti o giustizialisti, ma occorre esserlo sempre. Occorre essere coerenti. Ed invece, anche in altre vicende minori che coinvolgevano parenti di esponenti talora di rilievo dei Cinquestelle, si sono levati gli scudi protettivi sulla base delle più varie argomentazioni.

Il dramma di un padre va rispettato, ma va egualmente rispettato il dramma di una vittima potenziale di fatti odiosi. Non basta liquidare con battute ad effetto – una banda di c… – qualcosa di tremendamente serio. In questo caso non è chi ride “ad esser fuori”, ma chi non riesce a far ridere, creando solo sconcerto.

Se «il mondo intero è un palcoscenico» (William Shakespeare), occorre però rispettare i ruoli e le scene. Occorre non dimenticare i generi, confondendo comicità e dramma (solo i grandi riescono a fonderli magicamente). E, soprattutto, occorrerebbe rispolverare una virtù assai in disuso, la coerenza, specie quando si è un personaggio pubblico di rilievo, superando il post di un blog o il battito di un like.

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