Mercoledì 12 Maggio 2021 | 07:40

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La tentazione del «Liberi tutti» e il senso di responsabilità

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Verso l'estate
Ora il turismo riscopra l'antica legge dell'ospitalità

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L'editoriale
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L'editoriale
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Stellantis, su Melfi equivoci e silenzi

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L'analisi
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L'analisi
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L'analisi
Con il giallo attenti all’esplosione di libertà

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Il punto
Ma davvero il Sud non sa spendere? Tutte bugie

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Il punto
Se la cultura e lo spettacolo ricominciano dal «giallo»

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Il Biancorosso

La novità
Bari, il difensore Alessandro Minelli fermo per tre mesi

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GdM.TVL'operazione di recupero
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Calcio

SuperLega, «Ricchi scemi che vogliono dare calci al pallone»

Un attentato al gioco più bello del mondo

SuperLega, «Ricchi scemi che vogliono dare calci al pallone»

Una presa in giro, a essere buoni. La «multinazionale» del calcio ha la spocchia degli arroganti e l'ignoranza dei presuntuosi. Questa SuperLega va fermata. Questa fabbrica di soldi che finirà per ammazzare il calcio è un vero e proprio attentato al gioco più bello del mondo. I «dodici apostoli» del diavolo tentatore, cioè il vil denaro, dovrebbero farsi un bagno di umiltà e andarsi a vedere, minuto per minuto, una splendida serie Netflix dal titolo «The English Game». Racconta, la serie, di come nacque e si sviluppò questo splendido sport più o meno sul finire del 1800. Giocato solo dalle classi agiate del sud, il calcio aumentò via via la sua popolarità anche nel centro-nord dell’Inghilterra, nelle zone operaie. Per farla breve, diventò col trascorrere del tempo lo sport di tutti. Ciò che è ancora oggi. In campo si affrontano piccole e grandi potenze economiche. Al di là dell'ingaggio, conta il saperci fare. Ed il bello del pallone è che si possa perdere sul campo dell'ultima in classifica, della più «povera», della squadra già retrocessa. Non c'è una logica nel calcio, non può esserci. Il calcio è bello perché è vario. Imprevedibile. E partorisce piccoli grandi miracoli. Come l'attuale Atalanta, come è stato il Verona scudettato di Bagnoli, come la Samp di Vujadin Boskov-rigore-è-quando-arbitro-fischia. Come il Cagliari di Riva e Scopigno. Come è stato, anche, il Bari di Enrico Catuzzi, un laboratorio per Sacchi e il suo futuro Milan invincibile. «Spero che non accada mai – disse un tempo il tecnico tedesco Klopp, oggi al Liverpool co-fondatore - per me la Champions è già una SupeLega, nella quale però non giochi ogni volta contro gli stessi avversari. Capisco l’impatto finanziario, ma perché dovremmo creare un sistema nel quale il Liverpool affronta il Real Madrid per 10 anni di fila? Chi mai vorrebbe vedere la stessa sfida ogni anno?». Già. La bellezza del calcio è Benevento-Juventus, il rischio di perdere su un campo di una piccola. O no? Una decisione assassina che finirà inesorabilmente per condizionare tutto il movimento, se dovesse andare in porto. Meno competitività nei campionati, meno competitività nelle Nazionali, un colpo al cuore, alla lunga, anche all'attività dei settori giovanili. Un autogol, insomma. L'impatto finanziario. È ciò che ha spinto gli avidi fondatori a mettere in piedi una sorta di «aborto sportivo», nel quale non c'è spazio per il merito, o per Davide, c'è spazio solo e soltanto per chi è più ricco, o per Golia. Quest'atto di forza è figlio di una cattiva gestione degli stessi club che ne sono artefici. Debiti accumulati per andare dietro ai capricci di calciatori super pagati, di procuratori più affamati di un branco di leoni, e di tutti quelli che ruotano attorno al pianeta calcio. Facile, adesso, mettersi in tasca una lauta somma, grazie alle immancabili tv vecchie e nuove, e sperare di abbattere i passivi anche a costo di giocare due volte al giorno. La sensazione? Di una classe dirigente incapace di fare i conti. Di fare i suoi conti. E ovviamente la nebbia non si dirada anche sulle beghe italiane, sul caos in Lega, dove sette società, dopo aver per mesi discusso di fondi di investimento, di diritti televisivi, hanno sfiduciato il presidente Dal Pino. Tutto può avere una spiegazione: stava nascendo un altro progetto. Il golpe alla libertà del calcio. I ricchi si chiudono in un cortile e decidono di giocare fra di loro, di ghettizzare il resto del calcio. In un momento drammatico per l'intera umanità a causa del Covid, non è davvero un bel messaggio di solidarietà. Bene farebbero i tre club italiani (Juve, Inter e Milan) a prendere le distanze, così come hanno già fatto Bayern Monaco e Borussia Dortmund. Ma non gli inglesi, quelli che hanno inventato il calcio. Quelli che in origine non volevano il professionismo (vedi sopra, The English Game). Quelli che danno lezioni di stile a tutti. Ma che trasudano in ogni loro gesto antichi nostalgici riflessi di un colonialismo sempre più anacronistico. Che stupidi. Il calcio è soprattutto tradizione. Demolita la tradizione, si dà solo un calcio al pallone. Più autolesionisti di così...

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