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L’indulgenza plenaria per ristoranti e scuole

Avrei pagato per un alito di ottimismo, un’ariosa speranza

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«Cupio dissolvi» significa voglia di annientamento, una voluttà nell’annichilirsi. Forse è il retaggio di stremanti languori romantici e idoleggia quel perdersi imbambolato nel senso della fine che assedia fragili sensibilità intrise di pessimismo.
E allora, se di naufragi di anime si tratta, perché, prima della pandemia, mi veniva in mente leggendo i titoli dei giornali che, sia quando parlavano di economia, di sicurezza, di progresso scientifico, di «pil», di fecondità delle famiglie, sia che trattassero di scuola, sanità, conservazione di beni culturali, ambiente, politica estera, moda, traffico, televisione, se stessi giornali, si lasciavano affondare nel pessimismo più scuro, con esausti languori di rassegnazione?

Avrei pagato per un alito di ottimismo, un’ariosa speranza. Oppure aspettato una causa vera, non una congettura buttata lì per giustificare che dalle stanze della poesia il cupio dissolvi si trasferisse nell’attualità.
Con l’avvento della pandemia, la causa vera è arrivata e si è instaurato un tempo di motivate spinte alla febbrile stagione del pessimismo che ha soppiantato la estrema varietà delle motivazioni e la rassegnazione militante come segno distintivo di rigore intellettuale con la meticolosa semina di oscuri vaticini di tempi bui, ablazioni di luci in fondo a tunnel sempre più lunghi. Oggi gli untori sono prodighi di dicerie e sotto il cielo il disordine caotico regna sconclusionato. La proliferazione immane dei media ha provocato l’avverarsi della constatazione del filosofo Paul Virilio il quale scrisse che «l’emozione pubblica avrebbe preso il posto dell’opinione pubblica».

La sconsolata escatologia, però, si affievolisce in un capriccio immusonito se, per bandire untori e monatti basta l’annuncio di indulgenze temporanee per concedere la libertà di cenare al ristorante o di andare alla partita. Allora non era angoscia, era edonismo spicciolo!
Intendiamoci, sono molto contento che la benemerita corporazione di ristoratori, vivandieri, osti, artisti della cucina, mirabili imprenditori dell’ospitalità e del turismo tornino a lavorare. La loro opera mirabile è orgoglio e fondamentale contributo all’economia del Paese. Gli stadi aperti un po’ meno.
Ma il valore aggiunto all’indulgenza tanto attesa mira ad accontentare chi frequenta il ristorante. Non facciamo finta di non capire. Il pericolo di contagio era dovuto solo in minima parte al fatto in sé di mangiare seduto a tavola, servito e accudito in educata compagnia. Tanto è vero che il permesso finalmente elargito largheggia di tolleranza per i locali all’aperto, ma tarda ad arrivare per quei gestori che non hanno questa possibilità. Quello che, in troppi, fingono di non capire è che il pericolo sta nella giovialità che anima assembramenti micidiali, quel «più siamo meglio stiamo» in cui consiste la spicciola drammaturgia della convivialità.
Tanto è vero che nel tempo della severa clausura, della segregazione, è fiorito in tutto il paese il minimo crimine del banchettare clandestino che ha avuto un ruolo da protagonista nella diffusione del contagio. Mentre gli onesti ristoratori e i bravi osti languivano inoperosi, i furfanti si arricchivano, ignoti, oltre tutto, anche al fisco. Le cronache delle provincie italiane hanno, spesso, ammiccato su questo.

Forse andava insegnato con più forza che il pericolo micidiale era, ed è, la contiguità fisica, lo scambio del fiato, l’inevitabile contaminazione degli umori che «prima e dopo» il pranzo sono inerziale congiuntura, non il fatto in sé di mangiare e bere. Perché non si debba nessuno pentire del tanto atteso tirare il fiato, facciamoci un obbligo di fare fronte al pericolo con dignità volenterosa.
Io non vedo l’ora. Gassman, con svagato cinismo, mi ammaestrò: «Il teatro si fa per andare a cena dopo». Conviene riaprire anche i teatri. Con prudenza, ma si deve. Distanziati ma affratellati dal teatro. Come si sta facendo per le scuole.
Per mesi hanno dato colpa alla scuola del rischio di contagio dislocato nell’aula di fronte alla cattedra e alla lavagna, benché con distanziamenti da campo di calcio e, poi qualcuno deve essersi accorto che era il prima e il dopo delle lezioni il tempo dell’untore inconsapevole. Questo agiva nel pulviscolare vivaio virale dello spazio intorno al plesso scolastico e sui mezzi pubblici usati per raggiungerlo, oltre che nella bellissima convivialità di una scolaresca nel tempo brusiante e dolcemente sguaiato dell’intervallo. Ma qualcuno ha inventato di mettere le ruote ai banchi, spendendo di più di quanto avrebbe speso per noleggiare mezzi di trasporto privati. Tutto da ridere. Altro che cupio dissolvi.
Agli studenti e ai professori, dedico la minuscola memoria della mia scuola. Pur nelle strabilianti novità tecnologiche sogno che torni aperta, affollata e felice.

Oltre ai libri obbligatori, a scuola, girava, un tempo, il «temario», la raccolta di temi svolti, scritti da ben altre penne che non quella degli alunni, povera e frugale, penne altolocate, professorali. Erano svolgimenti che rispondevano a tracce esemplari e corrive, mansuetamente ovvie e scontate nel rispondere ai rigori periodici dei programmi ministeriali. Esempio: «Il classicismo protrae la sua stagione marmorea e serpeggia tra Carducci e D’Annunzio armoniosamente, ma, anche, con contraddizioni feconde di sublimi accenti poetici evolvendo dalla fervida ispirazione che nutre il poeta delle Odi barbare fino alla musa sensuale del vate della terza Italia». Veniva voglia di scrivere: «Svolgimento. È vero ci ho fatto caso anch’io».
Meno male che c’erano i «temari». L’alunno restio a compitare «Juvenilia» o «Canto novo» per rintracciare le vestigia del classicismo, poteva copiare il tema di qualche oscuro erudito nella speranza che anche la professoressa non avesse, a sua volta, copiato la traccia dal suo «Temi svolti».
Oggi c’è il copia-incolla da Internet, un sistema più evoluto: consente agli esperti furbi un collage di fonti e una tapisserie di copiature. L’insegnante, sotto sotto, prova ammirazione e non azzarda il cattivo voto. Rischia di dare 4 meno meno a Benedetto Croce.

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