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Il prof. Mario Deaglio ha presentato in anteprima assoluta il suo XXV Rapporto su L’Economia globale e l’Italia, in corso di pubblicazione presso le edizioni Guerini e Associati

rete d'imprese

Il prof. Mario Deaglio ha presentato in anteprima assoluta il suo XXV Rapporto su L’Economia globale e l’Italia, in corso di pubblicazione presso le edizioni Guerini e Associati. La presentazione (7 aprile 2021) si è svolta in «ANCE-incontra», nuova iniziativa promossa dall’Associazione Nazionale Costruttori Edili per riaffermarne in ambito nazionale una significativa presenza che un tempo è stata di grande rilievo decisionale. Tuttavia, l’incontro, pur di significativa importanza, essendo riservato solo a rappresentanti dell’Associazione non ha goduto di ampia risonanza massmediatica e non ha suscitato particolari riscontri nell’opinione pubblica in generale e soprattutto in ambito politico. Deaglio ha sottolineato come il mondo stia viaggiando «verso l’ignoto» con profondi cambiamenti negli equilibri propri del passato anche recente. Fra l’altro ha discusso un drammatico grafico riguardante il cambiamento economico provocato dal «sorpasso» del Pil da parte del «Resto del mondo» rispetto ai paesi così detti «avanzati»: nel 1990 i paesi che fanno parte del «Resto del mondo» detenevano soltanto il 35,9% del prodotto lordo globale contro il 64,1% dei paesi industrialmente più evoluti; intorno al 2007 le percentuali si equivalevano, ma poi la forbice si è aperta invertendo le percentuali a favore del «Resto del mondo» che fra l’altro presenta un enorme incremento demografico in particolare in Africa, continente con molteplici mega città che ormai tendono ad acquisire dimensioni addirittura più grandi di New York.

Quanto all’Italia, l’economista torinese auspica che si possa progettare un paese nuovo con riforme “necessarie nell’Amministrazione pubblica, nella giustizia, nella scuola e nelle imposte” - riforme che implicano necessariamente inedite competenze e quindi adeguati processi di formazione del capitale umano, ed è in quest’ambito che il nostro Mezzogiorno può assumere un ruolo di importante e significativa leadership.
Nella sua esposizione Deaglio ha messo in luce come l’edilizia sia sempre stata - e ancora dovrebbe esserlo - il «motorino» della ripresa economica grazie anche all’azione trainante di un indotto in grado di coinvolgere una molteplicità di aziende nei più diversi settori. Ovviamente anche l’edilizia deve saper affrontare l’«ignoto» del futuro partendo da condizioni che risultavano critiche ancor prima degli effetti dell’attuale pandemia.

Sull’ultimo numero (477, gennaio-febbraio 2021) de L’industria delle costruzioni, la bella rivista dell’ANCE (stranamente presentata, in occhiello, solo come “rivista bimestrale di architettura”), in un lungo esemplare articolo di Tullia Iori, Gianluca Capurso e Carolina Di Pietro, Le imprese di costruzioni italiane: una storia tutta da scrivere, si raccontano gli straordinari successi che grandi imprese edilizie italiane hanno ottenuti in passato raggiungendo ampia celebrità in particolare all’estero. Eppure, quasi tutte quelle imprese sono scomparse: “A volte falliscono, a volte spariscono per incorporazione in altre, più grandi, che possono così acquisirne il curriculum lavori e guadagnare accesso a gare in campi diversi”; e gli autori si domandano: “A che serve ricostruire questa storia? Meglio guardare al futuro” e giustamente così concludono: “Ma il futuro si scrive da ciò che siamo oggi: e conoscere come siamo arrivati qui, aiuta a scegliere la direzione per domani. Le scelte politiche, sociali, economiche prese in alcuni momenti hanno condizionato il percorso in modo irreversibile. […] Il tessuto imprenditoriale italiano è stato determinato da decisioni politiche che in qualche momento sono sembrate le più sagge; conoscerle può aiutare non certo a non commettere errori oggi, ma almeno a prendere le prossime con maggiore consapevolezza” – un discorso indubbiamente da tener presente in particolare per meglio definire le strategie che l’edilizia deve attuare nel suo procedere verso l’ignoto futuro.

Oggi il suo mercato si è profondamente modificato e le imprese devono adeguarsi di conseguenza. Nel futuro italiano sia le infrastrutture sia i fabbricati di civile abitazione non potranno più rappresentare settori in grande espansione. Esistono, è vero, programmi infrastrutturali già progettati e finanziati ma che tuttavia non decollano per le ben note drammatiche complicazioni burocratiche nelle procedure di appalto. Le inedite linee adottate per velocizzare la ricostruzione dei ponti di Genova hanno evidenziato come si possa superare la palude amministrativa, ma con esse esiste il rischio di possibili pericolose interpretazioni monopolistiche che finirebbero col danneggiare non poco le medie e piccole imprese, vero tessuto connettivo imprenditoriale del Paese e del «Made in Italy». Queste imprese sono particolarmente preziose sia per l’edilizia sia per la nostra economia, quindi assolutamente da proteggere. La via da intraprendere dovrebbe essere una rapida e sostanziale riforma che semplifichi leggi e procedure della Pubblica Amministrazione così come auspicato appunto da Mario Deaglio.
Allo stato dei fatti, dunque, non sembra esserci molto spazio per nuove infrastrutture e nuove abitazioni, mentre il patrimonio edilizio presenta condizioni di grave degrado fisico che spesso tendono a provocare anche pericolose realtà di emarginazione sociale. Pertanto, proprio l’ambito delle rigenerazioni urbane (edifici abitativi e fabbricati industriali dismessi) ed extraurbane (infrastrutture) può costituire una nuova frontiera dove operare imprenditorialmente stimolando l’apertura di nuovi inediti mercati del lavoro.

Queste ormai urgenti esigenze vanno assolte nel rispetto dei canoni sulla sostenibilità ambientale e delle relative modalità di sviluppo economico richiesti in ogni ambito dalle istituzioni, dall’Unione Europea e dalla stessa opinione pubblica.
Tutto ciò impone un cambiamento sostanziale nel modo di fare impresa e quindi nel modo di essere imprenditore in particolare proprio nell’ambito della cosiddetta «industria delle costruzioni», che «industria» non è ma che è, fra le attività imprenditoriali, quella che più condiziona il territorio e le stesse città.
Sebbene perduri il ricordo delle grandi imprese edilizie scomparse che avevano saputo conquistare eccezionali performance tecnologiche e organizzative, la figura dell’imprenditore edile è stata di sovente collegata al concetto di «palazzinaro», ovvero di commerciante di aree edificabili e di immobili - figura spesso implicata in traffici non proprio leciti. Una realtà che certamente ha influito anche sulla perdita del potere contrattuale della stessa ANCE. Tuttavia, questa situazione si riferisce a singole deprecabili iniziative basate su limitate esperienze, quindi da cancellare cogliendo proprio l’occasione di cambiamento che il momento di crisi offre.

Le imprese di costruzioni, in particolare le medio piccole italiane, rappresentano una preziosa e peculiare scuola di alto artigianato individuale, capace di esprimere un’elevata qualità manifatturiera e una grande attenzione per il fattore umano che in queste particolari imprese può operare con l’autonomia decisionale tipica dell’«imprenditore di sé stesso». Tuttavia, le emergenti condizioni di mercato e la conseguente necessità di adeguamento impongono di immaginare una nuova forma di impresa dotata di uno spirito culturale che l’imprenditore deve sapere fare emergere grazie a processi di inedita formazione così da acquisire un sapere individuale e imprenditoriale adeguato ai cambiamenti in atto. Una cultura, quindi, che abbia connotazioni strategiche tali da consentire di operare sotto l’egida della sostenibilità ambientale e dei relativi processi di sviluppo economico che interessano in modo particolare proprio il settore edilizio. Oggi per operare sul territorio va immaginata una sorta di modello «impresa enciclopedia» che, alla stregua della grande impresa illuministica di Diderot e d’Alembert - l’Encyclopédie - possa porsi all’ascolto delle esigenze ambientali presenti ed emergenti offrendo risposte grazie a un adeguato, specifico sapere conoscitivo.

Si delineano dunque nuove sollecitazioni imprenditoriali che devono trasformare le casualità in «necessità» aziendali, rispetto alle quali l’ANCE può effettuare interventi risolutivi così da modificare tutte quelle sensazioni negative che ancora accompagnano le attività edilizie, riaffermandosi come antico importante istituto per concorrere, con l’insostituibile motore trainante dell’edilizia, alla rinascita non soltanto economica ma anche culturale del nostro paese.

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