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Il taglio dei parlamentari all’origine delle liti interne

La causa del surriscaldamento climatico nelle case politiche italiane va ricercata nella diminuzione di un terzo della rappresentanza parlamentare

Il taglio dei parlamentari all’origine delle liti interne

foto Ansa

Un tempo i partiti andavano in ebollizione alla vigilia di ogni consultazione politica. Oggi vanno in ebollizione con largo anticipo, vedi il caso delle dimissioni-choc di Nicola Zingaretti da segretario del Pd, dimissioni accompagnate da una requisitoria, contro i capi-corrente interni, di inaudita e inedita intensità.
Non è detto che il Pd debba essere l’unica sigla a patire un’agitazione con litigi sempre più assordanti. Lo stesso Movimento Cinque Stelle da mesi sta vivendo un calvario persino più drammatico, con mini-esodi e maxi-liti a cadenza quasi quotidiana.

Da dove deriva questo surplus di litigiosità intestina? Solo dalla delusione per i mancati ingressi nei posti chiave di governo e sottogoverno? Chissà. Può essere.

Forse esageriamo, forse sbagliamo, ma la causa del surriscaldamento climatico nelle case politiche italiane va ricercata nella diminuzione di un terzo della rappresentanza parlamentare. Una misura, apparentemente neutrale, ma, nella sostanza, dotata di una potenza esplosiva paragonabile all’abolizione delle preferenze multiple, riforma introdotta 30 anni addietro dopo il sì popolare al quesito referendario. Ricordate? Quella misura scombussolò i rapporti di forza all’interno dei partiti, che manco uno tsunami asiatico.

Perché la potatura del numero di deputati e senatori potrebbe sortire ora lo stesso effetto, anzi ha già iniziato a farlo? Semplice. Perché è evidente che le chance di rielezione si ridurranno per molti parlamentari, il che sta già moltiplicando tensioni e fibrillazioni che, in politica, sono frequenti nei periodi normali. Se poi i sondaggi, per un partito, non saranno particolarmente allettanti, gli scontri interni saranno destinati a crescere ancora.

Morale. Chi più chi meno, un po’ tutti i partiti, nei due anni che ci separano dalla fine della legislatura, entreranno in una fase che definire dialettica sarà un eufemismo. Scalare posizioni, rafforzarsi nelle istituzioni, irrobustirsi politicamente, crescere mediaticamente, sarà l’imperativo categorico dei parlamentari a caccia della conferma in Aula. E siccome, a causa della rasoiata referendaria, saranno matematicamente in pochi, tra gli uscenti, a centrare l’obiettivo, prepariamoci a nuovi colpi di scena e a inattesi colpi di testa simili alla decisione di Zingaretti di mandare tutti al diavolo.

Una ragione in più, il taglio dei parlamentari, per introdurre quelle riforme tese a rendere più stabile il sistema politico. Altrimenti, dopo l’entrata a regime dei nuovi numeri di senatori e deputati, le crisi di governo, paradossalmente, si susseguiranno a cadenza mensile anziché annuale. Fino al punto da dover rischiare di ripetere, qualunquisticamente, la litania del si stava meglio quando si stava peggio.

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