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Si affacciano le “piccole Italie”, quelle dei campanili e del “prima io, per gli altri poi si pensa”, nella corsa all’accaparramento dei vaccini. Era inevitabile che accadesse, perché “in tempi di guerra”, come noto, la fame – questa volta di salute – ti porta a scalciare per sopravvivere. Mentre il governo Draghi si arrabatta per trovare nuove dosi, dalle Regioni spingono per comprare “in proprio” i vaccini che mancano e, più sotto, le categorie professionali bussano alle porte delle Regioni: dateci il farmaco salvavita, a noi tocca perché…. Già, perché i docenti che lavorano in classi chiuse e dunque rischiano e non le commesse dei supermercati, che rischiano ugualmente e non potevano manco rifugiarsi nella didattica a distanza per battere cassa e vendere cibo? Perché i bancari o gli impiegati delle poste, che almeno hanno potuto differenziare gli ingressi in entrata, e non i camerieri dei ristoranti, costretti a prendere la commessa al tavolo quando potevano lavorare, o i facchini a domicilio, che portavano il cibo ordinato per telefono dalle salumerie? E i farmacisti, obbligati a gestire code di possibili, rischiosi positivi asintomatici che anche in tempi di zona rossa potevano andare a comprare medicinali?

E gli odontoiatri, che rischiavano quanto i chirurghi ogni volta che aprivano la bocca di un cliente? Perché questi sono rimasti in coda ai medici e infermieri, mentre gli ausiliari delle mense ospedaliere hanno potuto subito fare la magica iniezione? L’elenco potrebbe continuare a lungo. Gli autotrasportatori che scaricavano cibo davanti ai negozi nell’altra parte dell’Italia non rischiavano a marzo, quando scarseggiavano pure le mascherine? E i giornalisti? Qui sarebbe davvero interessante stabilire chi debba avere diritto: quelli che andavano in giro a raccogliere notizie nelle strade deserte dei lock down, ovvero i collaboratori esterni - prevalentemente precari, spesso privi di previdenza o assistenza sanitaria - o quelli che restavano nelle redazioni e lavoravano più al sicuro da remoto?

E perché gli avvocati e i funzionari dei tribunali, ora collocati in Puglia subito dopo gli over-80 e gli insegnanti, e non gli uscieri degli alberghi, i tassisti o i conducenti di autobus, che dovevano raccogliere gente e garantire la mobilità anche quando quel diritto costituzionale era stato limitato? E ancora, perché i commercialisti – che ora avanzano richieste – e non i controllori sui treni, che toccano biglietti e rischiano di beccarsi un droplet in faccia? La guerra del Covid è stata capace anche di questo: inasprire l’individualismo degli italiani e cancellare in un botto le grandi feste cantate dai balconi quando ci si doveva fare coraggio a vicenda. E gli errori commessi negli approvvigionamenti – dai dpi ai vaccini – hanno fatto il resto: si salvi chi può, per sfuggire alle varianti e, magari, conquistare presto un “patentino” con cui girare per il mondo alla faccia di chi dovrà restare rintanato ad aspettare che il peggio passi, in attesa della “fiala” della salvezza. Nel frattempo, governanti obiettivamente in difficoltà (chi non lo sarebbe?) si affannano alle prese con l’inedita regolamentazione della vita “ordinaria” di ciascuno, che ordinaria non è più. Non lo è per gli studenti pugliesi, costretti a seguire lezioni da remoto mentre la Puglia è gialla e per strada i ragazzi sono liberi di assembrarsi quanto vogliono. Non lo è per i ristoratori, costretti a chiudere dall’oggi al domani in una zona rossa mentre a pochi chilometri i loro concorrenti restano aperti. Non lo è per le famiglie povere in monolocale, che devono distanziarsi o starsene in quarantena uno addosso all’altro, o per le hostess degli aerei, che se vogliono lavorare devono girare tra un sedile e l’altro dei passeggeri. Dunque, forse è il caso di mettersi l’anima in pace: i vaccini non bastano.

Solo in Puglia vi sono quasi 269mila anziani ultraottantenni. Per vaccinarli con il Pfizer servono 530mila dosi. Facciamo arrivare prima quelle e speriamo ve ne siano abbastanza anche di Astrazeneca per rassicurare gli insegnanti e far riaprire le scuole, la cui chiusura è un disastro sociale. E dimentichiamoci delle “categorie”, che il virus non guarda in faccia né i confini geografici né le classi sociali. Ricordiamoci, semmai della Costituzione, dinanzi alla quale – a prescindere dai livelli di rischio che corriamo ogni giorno – dovremmo essere tutti uguali.

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