Lunedì 12 Aprile 2021 | 22:02

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Il premier aveva lasciato quasi a bocca asciutta i leader di partito quando si è trattato di tirar fuori i nomi dei ministri delle larghissime intese

SOTTOSEGRETARI

«E adesso mettiamoci a lavorare», c'è un monito quasi da padre sull'orlo di perdere la pazienza, nelle parole con cui mercoledì sera Mario Draghi ha concluso il cdm che ha nominato viceministri e sottosegretari, completando la squadra di governo e stoppando almeno per ora i capricci e i vizi della politica italiana.

Il premier aveva lasciato quasi a bocca asciutta i leader di partito quando si è trattato di tirar fuori i nomi dei ministri delle larghissime intese.

Ha lasciato pochi spazi e i limiti di una classe dirigente non di prima scelta sono venuti subito fuori. Con il sottogoverno i big hanno provato a rifarsi ed è vero che in parte ci sono riusciti, ma è altrettanto vero che hanno rischiato grosso. Perché cos'è realmente accaduto a Palazzo Chigi, non è dato saperlo, ma una sospensione dei lavori c’è pur stata dopo che il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli aveva appena letto la lista. Pare che il braccio alzato di Lorenzo Guerini abbia fatto calare il gelo, poi sono cominciati i bisticci e i capricci sull’Editoria tra Forza Italia e Pd e quelli sul Viminale tra Pd e Lega. A questo punto i «si dice» indicavano un «super Mario» sempre meno paziente e tentato a riprendere il mano la situazione: «O i nomi, o scelgo io». È stato insomma un estenuante tira e molla tra la ricerca di un equilibrio delicatissimo fra correnti, ambizioni personali, rivendicazioni fra Sud e Nord, la questione centrale - a sinistra - della parità di genere. Alla fine le donne sono 19, quasi la metà, non molte ad onore del vero. Il Sud, la Puglia e la Basilicata, sono andate bene, diremmo benissimo, piazzando complessivamente una viceministro alle Infrastrutture, la renziana Teresa Bellanova, due sottosegretari alla presidenza del Consiglio, Giuseppe Moles (Fi) con delega all’Editoria e Assuntela Messina (Innovazione e transizione digitale), quattro sottosegretari «semplici»: Francesco Paolo Sisto (Fi) e Anna Macina (M5S) alla Giustizia, Rossano Sasso (Lega) alla Pubblica istruzione, Ivan Scalfarotto (Italia viva) al Viminale. Ed è curioso che il ministero di via Arenula si tinga di biancorosso con due avvocati, Sisto e Macina, in campo pure se da posizioni distantissime. L’uno accusatore storico della riforma della prescrizione, l’altra difensore degli atti portati avanti dall’ex ministro facile, di dare finalmente una sistemazione dignitosa agli uffici giudiziari in una città che, unico caso probabilmente in Europa, si era ridotta a far svolgere i processi sotto le tende. Alla fine chi ha vinto e chi ha perso a questo giro? Forza Italia centra due caselle strategiche, quella all’Editoria e l’altra alla Giustizia. Certo il no alla Binetti è costato la quasi rottura con l’Udc, ma il Cav saprà rimediare. Il Pd al solito non ha brillato d’esempio quando si tratta di distribuzione di incarichi, riportando alla luce tutte le guerre per fazioni. Sacrificato Andrea Martella, sottosegretario uscente all’Editoria, Orlando ha perso altri esponenti di riferimento della sua area, a vantaggio della linea del segretario dem, Nicola Zingaretti, con il colpaccio Alessandra Sartore al Mef. E nel gioco delle quote è finita anche Assuntela Messina, data in quota Michele Emiliano. Esulta la Lega con Salvini che piazza 9 fedelissimi e riesce a riportare, Molteni, ideatore dei decreti sicurezza, al Viminale.

Ed esce rafforzato anche il neo europeista-liberale Luigi Di Maio, che ottiene l’unico viceministro del Mef con Laura Castelli (riconfermata) e anche Carlo Sibilia all’Interno. Mentre Stefano Buffagni, come del resto da lui previsto, ha pagato l’essere settentrionale in un esecutivo finora troppo sbilanciato a Nord. Anche se si sussurra sia stata una vendetta di Vito Crimi. Detto questo una delle deleghe più pesanti per lo Stato, quella ai Servizi, Mario Draghi, in asse con Mattarella, l’ha assegnata direttamente, dribblando sgambetti e strategie dei partiti, al capo della Polizia, Franco Gabrielli. Una mossa che la dice lunga anche sull’attenzione del Colle per garantire la tenuta del sistema-Paese in una fase delicatissima. Ecco, adesso mettetevi a lavorare.

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