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La scuola è una delle priorità indicate dal presidente del Consiglio Mario Draghi nel discorso programmatico al Senato del 17 febbraio. Insieme alla celerità del piano di vaccinazione, è un’emergenza nazionale perché in nessun Paese europeo gli istituti sono rimasti chiusi tanto a lungo quanto in Italia. Una sequela impressionante: il lockdown dell’anno scorso, il rientro autunnale senza alcuna effettiva programmazione politica circa la sicurezza in classe e i trasporti per gli studenti, quindi la seconda ondata di Dad o Ddi, la didattica a distanza non sempre garantita per l’ineguale copertura della rete internet, deficitaria soprattutto in alcune aree del Mezzogiorno. Sullo sfondo, i dati drammatici dell’abbandono scolastico: 140.000 adolescenti che lasciano prima dei 16 anni, secondo le statistiche Miur pre-Covid.

La discontinuità delle lezioni in presenza, fra l’altro in Puglia nelle Medie ancora demandata alla sofferta scelta dei genitori, ha prodotto una frattura educativa e una ferita psicologica devastanti per le ragazze e i ragazzi. Tutto ciò è accaduto nonostante l’impegno profuso dai presidi e dai docenti, parimenti vittime della situazione, in un quadro annoso di scarsità delle risorse (i concorsi tardivi e non solo). Ora il nuovo governo è intenzionato a concordare con le regioni, competenti in materia, l’allungamento del calendario scolastico sino al 30 giugno e l’anticipo di una settimana a settembre. Misura forse utile, ma ovviamente non bastevole a colmare il divario causato dalla pandemia. Il neoministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, intervistato ieri dal «Corriere della Sera», ha ricordato che «la legge prevede almeno 200 giorni di lezione, ma non è un problema di un giorno in più o in meno a scuola. Quello che si è perso è soprattutto la socialità, lo stare insieme, non la singola disciplina. La scuola non è solo insegnamento, apprendimento ma anche vita comune».

La vita comune, la socialità, il confronto diretto con i coetanei sono dimensioni cruciali per il futuro dei nostri figli e nipoti, cui lo stesso Draghi ha dedicato più d’un passaggio richiamando lo spirito del dopoguerra e la necessità di avviare una Nuova Ricostruzione. Nondimeno, le attenzioni dei commentatori si sono rivolte all’accento posto da Draghi sulle ingenti risorse in favore degli Istituti tecnici superiori (post-diploma), programmate già da Giuseppe Conte nel Recovery Plan. Una riorganizzazione della cultura tecnica, tradizionalmente cara a Romano Prodi e al prodiano Bianchi, preziosa nell’orizzonte dei settori che possono offrire lavoro ai giovani: digitale, turismo, energia etc. Ma il presidente del Consiglio ha anche parlato di «investire in una transizione culturale a partire dal patrimonio identitario umanistico riconosciuto a livello internazionale», nonché di «disegnare un percorso educativo con innesti di nuove materie e metodologie». Viene in mente, per esempio, il progetto «Operatori di educazione visiva a scuola» teso a formare i docenti, al nastro di partenza grazie ai ministeri dell’Istruzione e dei Beni culturali.

Resta il fatto che la Nuova Ricostruzione, se la vaccinazione di massa consentirà di prendere sul serio questa sfida, dovrebbe prevedere un cambio di stagione, culturale e diremmo «antropologico», nella scuola italiana. La confusione dell’ultimo anno, in primis sui vaccini di cui molti diffidano in nome di credenze irrazionali magiche sciamaniche internettiane, rivela che occorre un riscatto illuministico. Malinconico constatarlo due secoli e mezzo dopo Voltaire, ma così va il mondo. Non si tratta di decantare le magnifiche sorti della conoscenza scientifica. Anzi, essa è tale proprio perché incerta, fallibile, falsificabile, come - richiamandosi a Popper - avrebbero ben potuto replicare i virologi e gli epidemiologi imputati di «cambiare idea» (ma forse frequentano troppo la tv e i social per avere il tempo di ripassare l’Epistemologia). Nelle aule bisognerà coltivare una fiducia nella Ragione che non esorcizzi i fallimenti della scienza. Nel contempo urge valorizzare il sentimento, ovvero prendersi cura dei sentimenti degli adolescenti chiusi in casa da un anno davanti ai computer e alle playstation (quando li hanno) o agli smartphone. Del resto, cos’altro avrebbero potuto fare? E la consuetudine con la tecnologia è davvero il Male assoluto? O non suggerisce magari un’opportunità, un’alternativa confusa e tuttavia concreta nei processi di apprendimento? Alcuni studiosi di pedagogia da tempo ci dicono di sì.

È una generazione in preda a un profondo malessere, sostiene Daniela Lucangeli, docente ordinario di Psicologia dello sviluppo all’Università di Padova, lanciando sulle colonne di Vita.it un allarme che va oltre la pandemia ed è confermato da una recente indagine ministeriale: «Il 73 per cento dei nostri ragazzi sta male a scuola». La spiegazione? «Allo studente viene chiesto di imparare troppo, in poco tempo, senza passione, con l’ansia di doverne rendere conto, la frustrazione di non riuscire. Colpa e paura sono le emozioni alla base del nostro sistema educativo». Quello della Lucangeli non è certo un invito all’abolizione di voti e pagelle, bensì un richiamo alla cosiddetta «cognizione calda» (warm cognition), perché le nozioni si fissano nel cervello insieme alle emozioni. Ecco il punto di cui farsi carico: l’esperienza gioiosa di imparare contro il «mal di scuola» acuito dalla Dad, modalità algida per definizione che ha allargato la distanza fra docenti e studenti.

Più empatia a scuola e uno Stato che si occupi finalmente con coraggio di educare al futuro potrebbero contraddire il grande freddo del Covid, e rinverdire «l’entusiasmo dei giovani che vogliono un paese capace di realizzare i loro sogni» e «l’amore per l’Italia» evocati nella chiusura del discorso di Draghi. Proviamoci.

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