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Se un sindaco è un fannullone, giustamente viene sanzionato al momento del voto. Ma se un sindaco sa il fatto suo o è iper-attivo può rischiare di rimanere imbrigliato nelle maglie del formalismo giuridico, di rimediare qualche condanna, di vedersi rovinata la propria carriera e reputazione.

Qual è la lezione che può derivare da questo concreto paradosso? Semplice. Chi firma è perduto. Meglio non fare nulla. Si rischia di meno. Meglio evitare rogne e decisioni. Si vive meglio.

Ma come può progredire un Paese in cui tutto diventa difensivo, pur di schivare gli incidenti giudiziari, spesso causati dalla confusione e dalla contraddizione delle norme? I medici, per non rischiare disavventure legali, evitano di eseguire interventi ritenuti ad alto rischio, rifugiandosi nella medicina difensiva. I funzionari pubblici, per non sbagliare, optano per la burocrazia difensiva. Ora anche la politica, dopo la condanna del sindaco di Torino Chiara Appendino, per il caso di Piazza San Carlo, potrebbe adeguarsi all’andazzo, in autotutela: meglio la condotta difensiva, cautelativa.

Della serie: meglio rinviare sempre che agire. Tanto nessuno ti indagherà mai per pigrizia, neghittosità, menefreghismo. Viceversa in tanti ti potranno indagare per gli effetti collaterali dell’operosità, del dinamismo, dell’efficienza. Ma come può crescere un Paese in cui il merito e l’efficienza sono puniti mentre il demerito e l’inazione vengono perdonati e a volte addirittura additati a esempio? Quale messaggio viene dato al resto del mondo e, soprattutto, alle nuove generazioni?

Il caso Appendino è indicativo. Riepiloghiamo. La sindaca di Torino è stata condannata a 18 mesi di detenzione nel processo per gli incidenti di Piazza San Carlo (3 giugno 2017, sul teleschermo la finale Juve-Real Madrid). Quella sera un moto di panico generale causò la morte di due donne e il ferimento di 1.600 persone. La sindaca ha dovuto rispondere di omicidio, lesioni e disastro colposi. Per l’accusa la manifestazione era stata organizzata male e frettolosamente.

L’Appendino si è difesa osservando che era impossibile prevedere il panico collettivo, panico provocato da una gang di rapinatori forniti di spray urticanti. E poi: lei, come sindaca, non ha competenze sull’ordine pubblico. Nulla da fare. Le tesi della sindaca non hanno convinto i giudici, come si deduce dalla sentenza di Torino. Se c’erano dubbi sul fatto che quello del sindaco è, almeno in Italia, il mestiere più pericoloso in circolazione, il verdetto sull’Appendino li ha dissolti definitivamente.

Fa bene l’Anci guidata da Antonio Decaro a protestare. Finora erano due i reati (abuso d’ufficio e danno erariale) che suggerivano ai sindaci di stare con le mani in mano o di limitarsi a fare pochissimo. Le probabilità di incappare in uno dei due tipi di reato sopra citati erano e restano assai elevate. Di conseguenza: chi si prende la responsabilità di firmare una carta? Meglio darsi malati. Ma la vicenda dell’Appendino dimostra che l’imprevisto può dar vita ad altri scivoloni involontari, in barba al principio della responsabilità penale che è sempre personale, e in ossequio al groviglio legislativo e regolamentare da cui discende l’incertezza del diritto (fattore primario dello stallo nazionale, soprattutto economico).

Altri casi ancora come quello dell’Appendino e il sovvertimento dei valori completerà il suo tragitto verso il teatro dell’assurdo. Prima tappa: il lavoro costituisce un reato. Seconda tappa: la funzione costituisce un reato. E vai. Come facciano in Europa a non meravigliarsi degli effetti perversi prodotti in Italia da una legislazione che più bizantina non si può, rimane un interrogativo privo di risposta. Eppure nessuno si scandalizza del peccato originale che frena il Belpaese: si fanno le norme più opache del mondo, tanto chissenefrega, qualcuno le interpreterà.

È sufficiente confrontarsi con la prosa dei decreti legge (prosa più oscena di una casa di tolleranza) per alzare bandiera bianca e chiedere pietà: il linguaggio è più incomprensibile dell’ostrogoto. Le chiamano leggi salsicce, li chiamano decreti salsicciotti, perché nessuno sa cosa c’è dentro: sta di fatto che, come osservò un vecchio capo di gabinetto, all’origine di ogni provvedimento vi è la cosiddetta «ambiguità costruttiva»: si fanno apposta leggi diversamente interpretabili, si ricorre apposta ai decreti attuativi, spesso lo si fa per neutralizzare in partenza i conflitti politici. Alla fine, chi capisce qualcosa è bravo.
Ha ragione Decaro: il sindaco è il nuovo capro espiatorio del sistema Italia e a breve non si troverà nessuno disposto a candidarsi per la guida del municipio. Nei piccoli centri è già così.

Ora. Una riflessione s’impone alla luce del caso Torino e della condanna inflitta a Chiara Appendino. Purtroppo una legislazione farraginosa e sterminata, figlia di quel positivismo giuridico che teorizza la produzione di norme a ciclo continuo, per ogni minimo problema, contribuirà ad allontanare i migliori dalla cosa pubblica. La «paura della firma» rappresenta già adesso un disincentivo all’impegno e all’azione di chi amministra. E dopo?

L’abuso di ufficio è un reato troppo generico per essere conservato come una reliquia. La responsabilità per danno erariale costituisce una spinta a non fare nulla, per non incorrere nelle interpretazioni iper-restrittive da parte della Corte dei Conti. Di conseguenza, bisogna intervenire sulla norma, altrimenti si ferma tutto.

Già alleggerire l’attività amministrativa di questi due pesi (abuso d’ufficio e danno erariale) ormai più insostenibili di due macigni, potrebbe dare una mano alla rapidità del processo decisionale, oltre che curare, guarire sul nascere quella «paura della firma» che paralizza governanti e amministratori vari. Il guaio è che, finora, tutti i propositi e i tentativi studiati per semplificare il Sistema Italia hanno prodotto il risultato contrario: un surplus di complicazioni.

Conclusione. C’è da sudare freddo al solo pensiero che le opere del Recovery Plan debbano dipendere da un groviglio di norme più inestricabile di un labirinto; e che lavorare e amministrare potrà comportare, a partire dai sindaci, più rischi di un salto senza rete protettiva. In fondo, anche se la vicenda è diversa, questo insegna il caso Appendino.
Giuseppe De Tomaso

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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