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Un Festival di Sanremo che non fosse preceduto da una qualche polemica, finirebbe per rinnegare se stesso, ormai lo abbiamo imparato. Quest’anno però la storia è diversa e non riguarda questioni di genere, divergenze politiche o altre “spezie” di quelle che normalmente vengono adoperate ad arte per attirare l’attenzione, per suscitare l’attesa. Stavolta in ballo ci sono da una parte un virus che non perdona e che ci ha cambiato la vita, dall’altra la Rai, con la sua ostinazione a voler celebrare il festival a tutti i costi, trovando ogni genere di soluzione creativa pur di non rinviarlo.

O, per dirla in termini ancora più chiari, c’è una torta del valore di 37 milioni di euro ai quali proprio non si vuole rinunciare. E’ inutile fare giri di valzer e avvitarsi in bizantinismi inutili, perché il problema è tutto qui, anzi lì, che da queste parti siamo ancora nella condizione di dover fare il conto degli zeri quando si parla di certe cifre.
E se c’è una cosa che riesce proprio difficile mandare giù, è l’idea che tutto debba avvenire mentre i teatri sono chiusi ormai da mesi, le prime cinematografiche vengono rinviate in continuazione, gli artisti, le maestranze, hanno dimenticato cosa voglia dire non una tournée, ma almeno una serata e in molti casi si sbattono per riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena. E lo stesso discorso si potrebbe fare anche per altre categorie, dai ristoratori agli operatori turistici, sempre più sull’orlo del baratro, ma per comodità, per non perdersi in mille rivoli, è preferibile limitarsi allo Spettacolo.

Nei giorni scorsi, negli incontri preliminari con la Rai, il prefetto di Imperia è stato chiaro: il pubblico segregato sulla nave da crociera rappresenta comunque un rischio, e poco importa che acceda all’Ariston pagando o con l’invito, la platea deve restare vuota. Con buona pace di Amadeus e compagnia cantante. Ma Sanremo non è uno dei tanti concerti “surrogati” che ormai da mesi seguiamo in streaming, è una macchina da guerra che impegna artisti, staff tecnici, discografici, maestranze d’ogni genere, movimenta ospiti, giornalisti, appassionati che magari resteranno in parte bloccati a casa in quest’Italia multicolore, a meno che non risiedano nel circondario e quindi possano ugualmente creare assembramenti. Insomma, è un carrozzone costruito sui grandi numeri. E vogliamo dire che tutto ciò non costituisca un potenziale rischio di contagio diffuso, mentre le partite vengono giocate negli stadi a porte chiuse o, peggio ancora, nelle regioni ancora ci si accapiglia sull’opportunità di far tornare gli studenti in aula? Ipotizzare di celebrare il Festival nel pieno rispetto delle regole sul distanziamento – non ce ne vogliano i dirigenti Rai – è come affrontare un tornado confidando nella protezione di un ombrellino.
La decisione più saggia allora sarebbe, per una volta, di far slittare il Festival, le cui date fra l’altro, dal 2 al 6 marzo prossimi, sarebbero anche incompatibili col rigore dell’ultimo Dpcm che ha validità fino al 5 marzo, come dire quattro giorni fuori legge o almeno border line e uno invece legittimo. Ma come osservano quelli che queste cose le capiscono, uno sforamento in primavera inoltrata andrebbe a impattare con un periodo nel quale le tariffe degli spot televisivi cominciano a scendere. Di qui l’ostinazione a non voler scrivere un’altra data sul calendario.
Stiamo vivendo una tragedia epocale che ha già modificato radicalmente non solo le nostre esistenze, ma anche l’economia mondiale, con delle conseguenze che continueremo ad avvertire molto a lungo. Far finta di niente e affrontare tutto con lo slogan “canta che ti passa” non è e non può essere la soluzione giusta. E’ il caso che qualcuno, in quelle stanze dei bottoni, tolga la mano dal portafogli (aziendale) e se la metta sulla coscienza.

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