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La cultura digitale è una sfida da cogliere e serve un equilibrio

La cultura digitale è una sfida da cogliere e serve un equilibrio

Il 2020 ha rappresentato l’anno zero di questo fenomeno, per una fruizione digitalizzata della cultura

07 Gennaio 2021

Ottavio Cristofaro

La cultura non è per tutti. Un assioma che abbiamo imparato ad accettare con rassegnazione, seppure altrettanto contrastandolo, ma solo a parole. Perché, esiste un «cultural divide» tra ceti sociali nell’accesso alle forme di espressione. Ma questa pandemia è l’occasione di riscatto.

La chiusura dei luoghi espressione della fruizione culturale ha manifestato la necessità di riorganizzare un intero settore, con le sue professionalità e maestranze rimaste prive di salario. La digitalizzazione è stata ed è tuttora la risposta, con una vera e propria migrazione digitale delle istituzioni culturali, e con la rete che ha avvicinato alla cultura tutti coloro che, per mille motivi, finora sono rimasti esclusi. Le mostre digitali, i tour virtuali, i concerti in streaming, tutti prodotti che stanno consentendo la sopravvivenza dell’industria culturale, ma che servono anche a soddisfare il bisogno di coloro che continuano ad avere fame di cultura. Strumenti più accessibili alle masse che consentono di avvicinare anche nuovi ceti, rimasti finora esclusi per varier ragioni, economiche in primis.

Il 2020 ha rappresentato l’anno zero di questo fenomeno, per una fruizione digitalizzata della cultura. Ma l’evento di svolta è stato rappresentato dalla «prima» del teatro alla Scala di Milano, il cui «A riveder le stelle» è stato trasmesso in diretta tv e diffuso a una larga platea di pubblico che mai avrebbe potuto partecipare a un evento così importante, alternativo alla tradizionale inaugurazione, e che ha visto sul palco i grandi della lirica a eseguire le arie più celebri.
Oggi qua e là si intravedono alcuni segnali di evoluzione di questo modello che abbatte le barriere spazio temporali della presenza fisica e dell’hic et nunc, che fino a ora ha appagato il nostro bisogno di fruizione culturale. Le «Passeggiate» nel Museo Egizio di Torino sono produzioni originali pensate per il web, come anche virtuoso è l’esperimento del Regio, con il «Così fan tutte» di Muti in esclusiva e a pagamento per internet e Sky. Il Festival della Valle d’Itria di Martina Franca ha «approfittato» della pandemia, per lanciare una web tv che prevede un palinsesto di contenuti che non si limitano alla mera messa in onda delle opere in scena a Palazzo ducale. Esempi virtuosi come il BiFest di Bari o il Festival del Cinema Europeo di Lecce.

In Puglia sono stati stanziati 50 milioni di euro in più per il Fondo unico dello spettacolo e nuovi criteri di attribuzione delle risorse per ampliare il numero dei beneficiari, estendere i contributi a settori finora mai raggiunti e proseguire e rafforzare le azioni di tutela e protezione dei lavoratori. È previsto anche un incremento del contributo ordinario alla produzione di spettacoli in streaming. Lo sforzo è quello di traghettare in rete le manifestazioni culturali, ma molte cose vanno ripensate. Lo strumento (medium) che veicola il contenuto, e il contenuto stesso (messaggio), non possono essere la pura e semplice videoripresa dell’evento, secondo una rilettura più contemporanea delle definizioni di medium e messaggio di Marshall McLuhan.
L’evento deve essere necessariamente altro rispetto alla sua sola trasmissione in rete. Altrimenti non si comprende come possa il cinema essere sopravvissuto alla concorrenza dell’home video o dello streaming offerto dalle piattaforme. Certo le difficoltà non sono mancate e non mancheranno, ma il profumo della sala cinematografica, dei teatri, delle arene e di tutti luoghi espressione della cultura, così come l’emozione della fruizione collettiva, non può essere circoscritto allo streaming. Questa è la vera sfida della digitalizzazione della cultura e non c’è momento migliore di questo. La pandemia è l’occasione che aspettavamo da tempo.

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