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Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che la seconda ondata dell’epidemia, alimentata dai ritardi e dagli errori del governo, delle Regioni e dei Comuni e anche dalle nostre leggerezze estive dopo il lockdown, è più forte della prima.

Se gli effetti risultano finora meno gravi in termini di ricoveri, terapie intensive e decessi, questo si deve in buona parte al fatto che l’apparato sanitario nel suo complesso – ospedali, medici e infermieri – ora è più preparato e attrezzato per fronteggiare il coronavirus. È altrettanto chiaro però che, in attesa della vaccinazione di massa, bisognerà resistere almeno fino alla primavera prossima o addirittura all’estate 2021, come ha pronosticato nei giorni scorsi il presidente francese Emmanuel Macron.

Ma resistere non vuol dire fermarsi, arrendersi. Vuol dire piuttosto opporsi a un’azione contraria, reagire, contrastare con volontà e fermezza un fenomeno o una sollecitazione esterna. Da qui, appunto, l’uso di un termine mutuato dalla psicologia che va molto di moda: resilienza, dal verbo latino “resilire”, rimbalzare, saltare indietro. E cioè capacità di adattarsi e di affrontare in maniera positiva eventi negativi e traumatici, per riorganizzare la propria vita.

Per resistere al virus è necessaria insomma una “resistenza civile”, in nome della consapevolezza e della responsabilità, imperniata sull’equazione più spostamenti=più contatti=più contagi. E viceversa. Al di là delle critiche, delle proteste e delle disquisizioni fra il giorno e la notte; i bar e i ristoranti; i cinema e i teatri; gli stadi, le palestre e le piscine, per evitare un altro lockdown totale la cosa più opportuna da fare è limitare per quanto possibile i movimenti, applicando mini-lockdown a livello territoriale e auto-lockdown a livello individuale. E ragionevolmente, non si può che cominciare dai settori ricreativi e d’intrattenimento, meno indispensabili per la nostra stretta sopravvivenza.

Nel frattempo, la dura “lezione” del coronavirus impone di progettare fin d’ora un Paese più moderno, più efficiente e più giusto. Vale a dire, per menzionare qui alcune delle priorità principali, trasformare il servizio sanitario in un sistema territoriale più prossimo ai bisogni della popolazione; ristrutturare il settore dei trasporti, pubblici e privati, per renderlo più funzionale e sostenibile; riformare la scuola e l’università, in modo da garantire effettivamente a tutti il “diritto allo studio” potenziando gli organici del corpo docente e fornendo strutture e strumenti adeguati.

La modernizzazione passa attraverso la riduzione della burocrazia e l’incremento della digitalizzazione. Da una parte, bisogna eliminare drasticamente procedure e scartoffie che soffocano l’amministrazione pubblica, allungando all’infinito i tempi delle pratiche e ostacolando o rallentando la crescita e lo sviluppo del Paese. Dall’altra, in corrispondenza diretta con la prima, è urgente accelerare la transizione tecnologica attraverso la diffusione della banda ultra-larga per poter disporre di un Internet più veloce: a cominciare magari proprio dalle regioni meridionali, in modo da diminuire o azzerare il “gap” con il resto d’Italia.

Ma la priorità assoluta, sancita dall’articolo 1 della nostra Costituzione, resta il lavoro su cui è fondata la nostra Repubblica. È stata proprio la digitalizzazione selvaggia dei processi produttivi e dei servizi a distruggere negli ultimi decenni l’occupazione tradizionale, eliminando ruoli e funzioni in tutti i campi. Per passare dal fordismo al post-fordismo, è necessario perciò creare nuove opportunità, nuovi lavori e nuovi mestieri, orientando e favorendo le scelte dei giovani verso settori in crescita all’insegna della sostenibilità: la difesa dell’ambiente, le energie rinnovabili, la bio-agricoltura, la produzione e l’organizzazione culturale, il turismo alternativo e di qualità.

Nel giorno in cui i ristoratori scendono in piazza per protestare contro le chiusure anticipate degli esercizi pubblici a causa dell’epidemia, non si può ignorare infine la crisi profonda di questo comparto per il suo rilievo economico e sociale. La dimensione della convivialità ha un ruolo centrale nella nostra vita quotidiana: bar e ristoranti sono i luoghi in cui la popolazione abitualmente la coltiva, insieme ai cinema, ai teatri, agli impianti sportivi. Se l’emergenza sanitaria impone orari ridotti o sospensioni dell’attività, al fine di limitare gli spostamenti e le occasioni di contatto, è giusto quindi che il governo se ne faccia carico con uno specifico decreto per sostenere le rinunce di queste imprese e i sacrifici dei rispettivi lavoratori. E non solo per un dovere di solidarietà, ma anche per una ragione di equità e di convivenza pacifica.

“Ristorare i ristoratori”, dunque, non è uno slogan demagogico e propagandistico. Indennizzare chi è costretto a ridurre gli orari di lavoro o a chiudere per tutelare la salute pubblica comporta una spesa pubblica, vale a dire un costo a carico della collettività. A condizione, beninteso, che questi risarcimenti a fondo perduto vengano erogati e distribuiti tempestivamente in base a criteri di trasparenza e proporzionalità, in rapporto ai fatturati finora dichiarati, ma soprattutto al di fuori di qualsiasi strumentalizzazione più o meno violenta. Per rivendicare legittimamente i propri interessi, è bene che gli esercenti e i dipendenti dei bar o dei ristoranti non si espongano alle infiltrazioni degli ultrà o si confondano con i sovvertitori dell’ordine pubblico che soffiano sul fuoco della rabbia sociale.

La propagazione del contagio in Europa e in tutto il mondo dimostra che purtroppo il virus tende a diffondersi su scala planetaria: tant’è che la Casa Bianca ha dovuto ammettere che è “incontrollabile”, mentre la Gran Bretagna, la Germania, la Francia e la Spagna non stanno meglio di noi. Vuol dire allora che in questa pandemia non è stato soltanto il governo italiano a perdere tempo, ad accusare incertezze o a commettere errori.

Non è un buon motivo per consolarsi o per abbassare la guardia, né tantomeno per sottrarsi all’autodisciplina e all’autocontrollo. Ma intanto i conformisti dell’anti-conformismo continuano impunemente a negare il negazionismo, ovvero a minimizzare l’emergenza, rischiando così di diventare complici più o meno inconsapevoli dell’epidemia.

La “resistenza civile” è, per il momento, il miglior antidoto a nostra disposizione.

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