Mercoledì 25 Novembre 2020 | 03:56

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L’ossessione delle nomine più forte anche delle emergenze

Nulla ossessiona la classe dirigente, a tutti i livelli, più delle nomine.

Il Parlamento recuperi sùbito il proprio ruolo

Perché, nonostante l’emergenza pandemia che richiedeva interventi straordinari e immediati, il tasso di efficienza e produttività del sistema decisionale italiano è rimasto quello che è? Nomine. Nomine. Nomine. Nulla ossessiona la classe dirigente, a tutti i livelli, più delle nomine. Perché si fa politica in Italia?

«Soprattutto per nominare qualcuno», rispondeva un vecchio saggio passato a miglior vita. Persino in questi giorni drammatici, i nomi condizionano tutto: chi lavora per il rimpasto di governo, chi pensa solo ai candidati a sindaco per Roma e Milano.

D’altronde, nel Borsino del Potere, le quotazioni dei capi politici dipendono, quasi esclusivamente, dal numero di nomine che ciascuno è in grado di partorire. Più sei all’altezza di confezionare incarichi e generare prebende, più consensi mieterai e più proseliti raccoglierai. Più sei incapace di assegnare poltrone, più breve sarà - o non sarà - la tua (eventuale) stagione nelle stanze dei bottoni.

Anche la formazione delle liste elettorali per politiche e amministrative non sfugge al ragionamento di cui sopra. Chi è che comanda in un partito? Elementare. Chi pronuncia l’ultima parola sull’elenco dei candidati alle urne. Di solito questo privilegio (statutario) tocca ai vertici (segretario e presidente) di una forza politica, ma a volte il peso di un capocorrente può avere la meglio sulle indicazioni del numero uno. In tal caso, vuol dire che l’influenza effettiva di quest’ultimo si è erosa fino al punto di risultare formale o addirittura platonica.

Ma l’ossessione delle nomine non si esaurisce con gli esiti elettorali, con la presa d’atto delle scelte dei votanti sui nomi proposti dai big dei vari partiti. Il bello, anzi il ballo, comincia subito dopo, con il pressing degli aspiranti decisori di governo e degli aspiranti esecutori di sottogoverno. Chi, più in alto, è bravo ad accontentare il più folto plotone di postulanti, forse potrà attutire il contraccolpo paventato da un signore che se ne intendeva. «Quando si procede a una nomina, ci si procura un ingrato e nove oppositori», avvertiva il mitico Luigi XIV di Francia (1638-1715), detto il Re Sole.

Chi è meno svelto nell’esaudire i desideri dei questuanti dovrà mettere in conto dispetti e sgambetti alla prima occasione propizia (per gli scontenti).

Il guaio è che ogni dossier di nomine («in attesa») toglie tempo e spazio ai dossier dei problemi da studiare e, se è possibile, da affrontare. Ogni capitolo di nomine da deliberare comporta trattative infinite, ora palesi ora carsiche, trattative che spesso danno vita a micidiali battaglie intestine, nei partiti e nelle coalizioni, al termine delle quali non è semplice nemmeno fare la conta di morti e feriti. Ovviamente, gli sconfitti della lotteria dei premiati si ritengono tali solo in via provvisoria, preparandosi alla rivincita con più caparbietà di un rinoceronte colpito.

Ecco. Se soltanto metà del tempo riservato alla lottizzazione permanente degli incarichi del sottobosco centrale e periferico fosse riservato alla risoluzione dei diversi problemi sul tavolo, la situazione del Belpaese risulterebbe di gran lunga più confortante. Invece la nominomania assorbe tempo ed energie, sfibra anche gli organismi più robusti, di conseguenza a costoro non resta che affidarsi alla coppia di verbi più invocati nei consessi decisionali: rinviare e approfondire, approfondire e rinviare.

Pure la vicenda del Covid non si è potuta sottrarre all’ineludibile destino testé abbozzato. Non si è fatto molto in estate, anzi si è fatto poco e niente, in vista del prevedibile «autunno caldo» del virus, non solo perché - notoriamente - più si allargano i tavoli delle discussioni più si restringono i cervelli, ma anche o soprattutto perché la questione delle nomine e degli incarichi - il cui boom si verifica proprio in occasione delle emergenze - ha inesorabilmente preso il sopravvento sull’urgenza dei problemi da esaminare. Se poi a tutto a ciò si aggiunge la tendenza, purtroppo in atto in molti gangli della società odierna, a schivare il lavoro e lo studio, il cerchio si chiude. E, di sicuro, non in bellezza.

Ma neppure la riconquista di una condizione di normalità, all’indomani della ratifica di tutte le nomine auspicate, costituisce il lasciapassare definitivo per un periodo di quiete e produttività amministrativa. «Il vero potere è il potere dell’accesso», soleva ripetere Alistair McAlpine (1942-2014), stretto collaboratore di Margaret Thatcher (1925-2013). Traduzione: solo chi possiede, compila e filtra l’agenda del capo, può orientare il cammino di una singola pratica o di un determinato dossier. E non è detto che il depositario del «potere dell’accesso» si faccia in quattro per accelerare la disanima di un problema, non foss’altro perché il potere di negarsi rappresenta, per alcuni, una tentazione più eccitante del potere di esibirsi.

Se il rito delle nomine si traduce nel godimento più sottile e intenso mai suscitato dal potere, a rimetterci saranno sicuramente la tempestività e la qualità della produzione legislativa. Infatti il grosso delle leggi viene fabbricato o per fare piaceri o per dare dispiaceri a qualcuno. Ne danno conferma il linguaggio e la sintassi delle norme, spesso più complicate di un testo in cinese: una pacchia per gli esegeti, per gli esperti che saranno ingaggiati e profumatamente remunerati per decodificare o svelare l’arcano.

Purtroppo, i nodi della lentocrazia collegata all’odissea delle nomine, arrivano impietosamente al pettine tutte le volte che un’emergenza improvvisa impone misure immediate e soluzioni drastiche. Ma anche in queste circostanze eccezionali, l’andazzo spesso si rivela inarrestabile, proprio perché le nomine hanno la precedenza su tutto, persino sui progetti per rendere più moderno un sistema, un settore, un ambiente. Non a caso, in politica, il principale veicolo di corruzione è l’amicizia (interessata), persino più del denaro. E cosa è l’amicizia (interessata) in politica se non un cenacolo a porte girevoli di sodali e conoscenti, vassalli e valvassori, tutti in attesa di un cenno benevolo (da parte del feudatario) per la nomina tanto implorata?

Bisognerebbe tagliare i rami delle nomine per consentire agli alberi delle amministrazioni di crescere e produrre di più. Ma da questo orecchio nessuno, o quasi, vuole prestare attenzione. Se la politica è innanzitutto una fucina di nomine, perché - rimuginano i tipi più estrattivi - privarsi di uno strumento così gratificante? Infatti, nessuno, nei Palazzi, se ne dà pensiero.

Intanto gli spiriti impazienti su progetti e programmi aspettano, fiduciosi, tempi migliori. Forse invano, come sancito dal flop sostanziale dei propositi anti-Coronavirus, propositi vanificati dagli improvvidi eccessi estivi.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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