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Se la democrazia americana ha superato cento prove e mille ostacoli, lo si deve a una sua sottaciuta virtù. Quella statunitense non è tanto una democrazia presidenziale, quanto una democrazia di pesi e contrappesi. Neppure un personaggio come Donald Trump, uomo refrattario a vincoli e procedure, è riuscito a piegarla a suoi voleri. Sì, perché negli Usa, ogni istituzione è forte.

È forte il Presidente (potere esecutivo), è forte il Congresso (potere legislativo), è forte la Magistratura (potere giudiziario), è forte l’Informazione (potere di controllo), sono forti i Governatori (potere diffuso) dei singoli stati confederati.

I poteri italiani, invece, non sono altrettanto forti nella stessa misura e in ogni situazione. Il che rende la nostra democrazia assai più fiacca, opaca e incerta di quella d’Oltreoceano.

Esaminiamo il rapporto tra stato centrale e regioni. Ogni governo nazionale, in Italia, è strutturalmente pericolante perché non dispone delle reti protettive di casa in altri Paesi: nessuna sfiducia costruttiva per scoraggiare le manovre di sfratto; nessun potere di direzione reale da parte del presidente del Consiglio che rimane un primus inter pares spesso ostaggio di ministri e leader (in teoria alleati); nessuna blindatura del governo in occasione delle leggi di bilancio quando si scatena l’assalto ai forni (delle regalìe) da parte di peones e notabili vari.

Tutt’altra cosa si verifica nelle regioni, i cui presidenti sono più inaffondabili di James Bond, perché legittimati dal voto popolare e garantiti da difese istituzionali sconosciute a Palazzo Chigi. Non a caso, con il passare degli anni, quelli che un tempo erano definiti (pudicamente) presidenti delle giunte regionali ora vengono (sia pure impropriamente) etichettati come governatori o supergovernatori. Il che, in alcuni casi, sembra persino riduttivo. A volte, infatti, i presidenti delle regioni si atteggiano a veri capi di stato, o di staterello, dal momento che Nazione Italia appare sempre più segnata da territori in conflitto tra loro.

Il voto alle regionali 2020 è destinato a riaccendere il faro sulle complicate relazioni tra centro e periferia. Il caso ha voluto che il test parziale in sette regioni non abbia influito sulla sorte del governo, anzi ha contribuito a rafforzare Giuseppe Conte. Ma poteva succedere il contrario. Il che, in una democrazia fondata su poteri distinti, non dovrebbe mai accadere: un conto è il voto locale, un conto è il voto nazionale, le due cose sono e vanno distinte proprio perché diverso può rivelarsi l’esito delle competizioni.

Ma andiamo avanti. Il governo è al sicuro da qui fino al 2023 per un paio di ragioni. La prima: il pareggio tra centrosinistra e centrodestra nelle votazioni di domenica scorsa. La seconda: il sì al taglio dei parlamentari.

La vittoria del sì nel cosiddetto referendum anti-casta farà da scudo alla legislatura, e di conseguenza al governo, meglio di dieci missili difensivi collocati attorno ai palazzi della capitale. Chi, tra senatori e deputati, potrebbe rivelarsi così autolesionista da favorire una crisi di governo, il cui sbocco potrebbe coincidere con lo scioglimento delle Camere? Già fino a ieri, quando la somma di senatori e deputati faceva 945, bastava lo spauracchio del voto anticipato per indurre anche i più facinorosi a serrare i ranghi e a ripiegare su posizioni più tranquille. Figuriamoci adesso, dopo la retrocessione da 945 a 600 del battaglione parlamentare.

Dissestare il governo, destabilizzare la maggioranza equivarrebbe, per moltissimi eletti nel 2018, a scavarsi la fossa con le proprie mani. Chi avrebbe la certezza di poter essere ricandidato e di poter rientrare nell’aula sventatamente abbandonata? Pochi, pochissimi.

Ecco perché, al posto del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, approfitteremmo della condizione favorevole creata dal verdetto elettorale e dal responso referendario, per realizzare nei prossimi tre anni le riforme più incisive che si possano immaginare. Tanto, nessuno si metterebbe di traverso, col rischio di chiudere anzitempo la legislatura e la propria carriera politica.

Conte, ad esempio, dovrebbe cogliere l’occasione degli aiuti del Mes (Meccanismo europeo di stabilità) per forzare la mano in tal senso, senza se e senza ma. I Cinque Stelle non farebbero salti di gioia, ma di sicuro non innalzerebbero le barricate, nonostante le loro spaccature interne: chi, tra i pentastellati (e non solo), oserebbe correre il pericolo di salutare, in anticipo e a tempo indeterminato, le sedi più prestigiose e seduttive della Penisola?

Detto in soldoni. Conte, dopo il duplice regalo ricevuto dall’election day, ora potrebbe fare quello che vuole. Potrebbe persino pensare di riavviare il discorso sulla riforma costituzionale per evitare che, a partire dalla prossima legislatura, i governi ridiventino cadenti e ondeggianti come foglie autunnali, in balìa dello strapotere delle regioni (anche perché quelle del Nord stanno già ritornando alla carica sull’autonomia differenziata). Servirebbe una sorta di «par condicio» tra le regioni presidenzializzate e lo stato centrale iper-parlamentarizzato.

Nel frattempo, Conte potrebbe portarsi avanti nel lavoro spingendo verso il già sperimentato sistema elettorale Mattarellum (maggioritario attenuato dal proporzionale), o verso il sistema a doppio turno alla francese.

Ma una cosa è certa. Mai come oggi un governo, in Italia, si è ritrovato al riparo da possibili imboscate. C’è pure il Recovery Plan da presentare all’Europa a puntellarlo minuto per minuto per i prossimi mesi... Ne approfitti, Conte, per accelerare sulle riforme che servono. Nessuno si sognerebbe mai di sloggiarlo dalla cabina di regia di Palazzo Chigi.
Giuseppe De Tomaso
detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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