Martedì 27 Ottobre 2020 | 08:50

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Da ragazzo e da studente di cinema facevo molta strada per andare a votare. L’esito delle elezioni era dato per scontato dai più, molti amici mi guardavano con aria compassionevole. «Ti sei fatto mille chilometri per venire a perdere», mi diceva qualcuno, e durante l’inesorabile spoglio dei voti altri chiosavano definitivi «Non hai capito che la Puglia è terra di destra?».

Io non avevo appropriati strumenti dialettici per ribattere, ma sentivo che in quella Puglia che pure venerava Di Crollalanza come un Santo e che si era espressa in maniera conservativa al referendum repubblicano, la tradizione antifascista e il pensiero intellettuale progressista avevano comunque un peso importante. In fondo anche noi avevamo un Santo, e che Santo!, Peppino Di Vittorio. Ma tant’è, travolta dopo decenni la Democrazia Cristiana, qui da noi il ciclone Mani Pulite ci aveva trasformati in un feudo di Alleanza Nazionale. In quegli anni per me Bari era rappresentata eloquentemente da una gigantesca scritta di vernice nera che campeggiava indisturbata sul molo di Sant’Antonio. Ben visibile a distanza da chiunque percorresse il lungomare: «Vota Tatarella», recitava quello slogan, che pareva riassumere bene le teorie dei miei amici di destra sull’indole della città e della regione.

Ora sono passati tanti anni e quella scritta non c’è più, cancellata dal tempo, dal destino che ha giocato un brutto scherzo al carismatico leader Pinuccio e al suo clan, e dai manifesti che hanno cambiato il corso delle cose, quel «diverso» che faceva irrompere sulla scena un altro carismatico leader, quel Nichi che da outsider ha sparigliato le carte e cambiato il destino pugliese.

E oggi termina una campagna che non ha visto cartelloni o scritte definitive campeggiare sui muri, non ha sparso sui marciapiedi santini pronti a prendere il volo come coriandoli tristi, ma che ha deciso di distinguere i candidati principali con il nome proprio - Raffaele ne ha addirittura fatto la ragione sociale della sua comunicazione - e si è scatenata sulle piattaforme social trascurando il passaparola tradizionale, al punto che ho scoperto di amici candidati incrociandoli per caso il giorno prima dell’apertura delle urne. Digerita l’improbabile candidatura renziana giusto «a dare fastidio», è apparsa una campagna senza grandi colpi di scena, a parte forse il gran rifiuto della pentastellata locale che per qualche settimana ha fatto tremare le gambe a Michelone e ai suoi.

Ma se gli occhi sono lo specchio dell’anima, in questi ultimi giorni l’esito della partita a me sembrava trasparire già evidente. Raffaele stanco, sfiduciato, triste, persino trasandato arringava senza convinzione i suoi, mentre Michele non perdeva il suo piglio gioviale e compagnone. Il suo ottimismo. Incrociato nei giorni scorsi al ristorante, ha trovato il tempo di intrattenersi qualche minuto e di intonare allegro le note di un canto partigiano. Era visibilmente sereno, fiducioso nel lavoro che stava svolgendo e nella risposta della gente. O forse aveva appena metabolizzato la scelta del suo predecessore al lungomare, quel Nichi che aveva scelto di rompere gli indugi per schierarsi esplicitamente con lui contro l’affacciarsi delle destre e che, insieme all’encomiabile e prezioso lavoro di un Decaro prestatosi molto umilmente come gregario di lusso, è risultato determinante nel ricacciare i dubbi dell’elettorato di sinistra più insofferente a certe scelte forse troppo disinvolte, ma che hanno portato a casa il risultato. Così per la destra locale prosegue l’inverno dello scontento, mentre riprende fiato la lunga primavera pugliese che, se Antonio non si lascerà sedurre dalle sirene della scena politica nazionale, ipoteca oggi altri quindici anni di governo. Alla faccia della regione di destra.

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