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I saperi a rischio tra presenze e distanze

La scuola italiana è ripartita, almeno in parte, e i timori dei pessimisti (più o meno interessati) hanno ceduto il passo ad un cauto ottimismo. La cosa più importante, tuttavia, sarà soppesare i rischi e le conseguenze che una vera e propria rivoluzione nelle modalità di erogazione della didattica comporterà. E non soltanto nelle scuole, perché la questione riguarda anche le università, di cui poco si è parlato – probabilmente per i numeri più esigui dei fruitori – e che invece potrebbero diventare nel tempo il luogo di maggior stravolgimento della tradizionale maniera di dispensare il sapere.

La didattica a distanza è caduta come un fulmine a ciel sereno sul nostro sistema educativo nella scorsa primavera, quale unico rimedio possibile per far fronte all’emergenza derivante da un’improvvisa pandemia. Ora, però, siamo entrati in una nuova fase, nella quale è possibile misurarsi con pregi e difetti di una modalità che presenta peculiarità tali da porla – se non agli antipodi – in un terreno “altro”, i cui confini rispetto alla consueta didattica in presenza non sono facilmente valicabili.
Si è detto del fattore umano, ridotto a contatti fatti di immagini e voci trasmessi via web, che inevitabilmente riducono la capacità di interazione tra studenti e tra studenti e docenti. Abbinata a una quota di didattica in presenza, la cosa appare sostenibile.


Praticata in via esclusiva determina una serie di effetti collaterali, riconducibili alla drastica riduzione del tasso di empatia. Si è tanto discusso, in passato, di relazioni e legami virtuali, ritenuti un pallido surrogato di quelli reali. Ebbene, è ciò che può accadere nella prima classe di una scuola primaria o secondaria. Studenti e docenti che interagiscono tra loro senza essersi mai conosciuti di persona. Quale sia lo scarto rispetto alla modalità ordinaria è chiaro a tutti. Eppure, recentemente solo poco più della metà degli studenti (57%) ha detto di preferire le lezioni in presenza.
C’è poi il tema dell’efficacia della didattica online.

Qui la questione si fa più complessa e richiederebbe risposte qualificate da parte di esperti della formazione. Si può tentare, ad ogni modo, di individuare qualche linea di fondo. A partire dall’atteggiamento – per certi versi inaspettato – di molti studenti che, specie a livello di formazione universitaria, sembra preferiscano la modalità a distanza. “È più comoda”, dice qualcuno, ma occorre anche considerare altri fattori. Il dispendio di tempo per raggiungere strutture ed aule è minore, e l’università diventa più economica, specie per i fuori sede, consentendo a tutti di frequentare atenei assai lontani (e magari più prestigiosi) senza accollarsi spese rilevanti per alloggi e quant’altro. Ecco, allora, che lo studente è disposto a rinunciare alla componente “fisica” in favore di una laurea teoricamente in grado di fornire un accesso al mercato di lavoro più rapido e qualificato. Il che pone il problema, ancora non venuto alla luce, della concorrenza tra università finora retta da parametri destinati probabilmente a sbriciolarsi.

Questo nuovo trend determinerà una flessione dell’apprendimento? Ne ridisegnerà i caratteri? Ne modellerà i contenuti? E i professori lo vivranno come un’inesorabile parabola discendente che lede il loro prestigio (per la verità già da anni progressivamente in calo) o la considereranno un’opportunità?
Non è facile dare una risposta, come per ogni fenomeno nuovo.

Un atteggiamento prudente consiglierebbe di evitare drastici passaggi, associando piuttosto tipologie didattiche così differenti. Così come i docenti dovrebbero “allenarsi” a frequentare i luoghi virtuali della formazione, poiché ogni contesto ha il proprio linguaggio. Altrimenti, il gap tra chi si muove con disinvoltura nel mondo nuovo e chi è abbarbicato alla tradizione si tradurrebbe in un danno per gli studenti. I quali, da par loro, dovrebbero abbandonare concezioni meramente utilitaristiche che mirano ad ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. La conoscenza non è compatibile con ritmi frenetici – neanche ai tempi di internet – perché implica riflessione, capacità critica, confronto. «Imparare senza riflettere significa sprecare energia», diceva Confucio 2500 anni fa.

Non molto è cambiato, in fondo, dai tempi dell’Accademia greca, archetipo dell’università moderna. La scuola filosofica platonica di Atene era fondata sul metodo della discussione, sul dialogo, sul raffronto tra tesi. E questo vale per tutti i saperi, non solo per quelli umanistici. Scienza e tecnica sono infatti sullo stesso piano. Il sapere insomma non è un accumulo di dati – per questo oggi c’è la rete, assai più efficace – ma è la capacità di metterli in relazione. A dispetto dei rampanti fautori dell’“università professionalizzante”. Un vero e proprio ossimoro.

Se la conoscenza è questa, non può accontentarsi di una formazione esclusivamente a distanza. Se l’apprendimento presuppone un confronto dialettico – possibile anche online ma più difficoltoso – viene ad essere penalizzato dall’amputazione dell’insegnamento in presenza. E il rischio che l’apprendimento a distanza si traduca in un recepimento passivo di contenuti pigramente dispensati è dietro l’angolo. Il mondo cambia, si evolve, ma l’idea di sapere rimane la stessa. Chi lo dimentica crea le premesse per un silente impoverimento culturale.

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