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Quando la classe politica vorrà mettere le scarpe

Quando la classe politica vorrà mettere le scarpe

Mentre il cambiamento corre a velocità impressionante, in Italia siamo impegnati a decidere con un referendum se tagliare o no qualche centinaio di parlamentari

12 Settembre 2020

michele partipilo

Nel giro di sei mesi la nostra esistenza è cambiata, sconvolta da un evento imprevisto – ma non imprevedibile – che ha messo in ginocchio il sistema economico globale, ha provocato 910mila morti e ha creato un’instabilità diffusa. Questi sono gli effetti tristemente noti della pandemia. E tuttavia il Covid 19 ha prodotto anche una straordinaria accelerazione verso il futuro, diventando come una sfera di cristallo in cui abbiamo non solo visto ma anche toccato con mano come sarà il domani.

Ciò che caratterizza e determina una società sono le sue attività, ovvero le forme di produzione. Fino a oggi i Paesi a capitalismo avanzato, come l’Italia, erano caratterizzate dal principio della concentrazione.  

Grandi aree destinate alle aziende manifatturiere (le «zone industriali»); grandi aeree destinate a uffici e servizi (la «city»); grandi aree destinate a ipermercati (zone commerciali); grandi aree destinate agli abitanti (i quartieri dormitorio). Il centro delle grandi città era in epoca a.C. (ante Covid) costituito quasi esclusivamente da uffici di varia natura, poche abitazioni e molti esercizi destinati a soddisfare le esigenze della folla di impiegati e di manager. Fondamentale era il sistema dei trasporti che doveva rispondere a picchi impressionanti di domanda in concomitanza con ingressi e uscite da fabbriche, scuole e uffici.

Da qui autobus, metropolitane, treni per soddisfare le esigenze di un pendolarismo spinto e con una serie di costi materiali (i mezzi in quanto tali, i carburanti, l’inquinamento, la manutenzione delle reti, ecc) ma anche di costi immateriali: il tempo «perso» dall’utente ogni giorno per andare in ufficio o all’Università e tornare a casa.

Poi è arrivato il Covid è ha imposto il «lavoro agile», il telelavoro o come diavolo lo si vuole chiamare infischiandosene dell’assenza di leggi, di tutele sindacali, di strumenti adeguati. L’ha imposto e basta. Più che una rivoluzione è stato un vero e proprio colpo di stato. Superato lo smarrimento iniziale, oggi possiamo vedere gli effetti di questa metamorfosi produttiva di cui sì si parlava, ma sempre come qualcosa di futuribile, di difficile da realizzare, da attuare con delicata progressione. Invece è avvenuto tutto è subito, al di là delle volontà di ciascuno. Milioni di persone solo in Italia, qualche miliardo nel mondo, hanno smesso dalla mattina alla sera di andare in ufficio, a scuola o in fabbrica. Hanno cominciato a lavorare da casa, senza preoccuparsi dell’abbigliamento o del trucco. Telefono e computer, computer e telefono sono diventati i punti cardinali dell’esistenza. Niente chiacchiere con i colleghi, niente ressa in metropolitana, niente nuove conoscenze sul bus, niente caffè al bar. Ma anche ore di tempo recuperate ogni giorno con il ritrovato piacere di fare colazione con i figli o andare a fare la spesa al negozietto sotto casa, senza dover caricare la macchina come un tir ogni fine settimana al supermercato.

Oggi le metropoli vivono una crisi economica terribile che è innanzitutto crisi del modello proposto dalla società della concentrazione. I quartieri degli uffici sono quasi deserti, i redditi delle grandi società immobiliari sono al minimo storico. La City di Londra – paradigma di tutte le city – è quasi spettrale. Così le attività economiche connesse – bar, ristoranti, fast food, paninerie, tavole calde – stanno chiudendo per mancanza di clienti. I centri delle città tornano a popolarsi di abitanti che hanno bisogno di servizi diversi: dall’ambulatorio, alla farmacia, al fruttivendolo. Così come comincia ad arrestarsi lo spopolamento dei borghi, gioiello d’Italia, ma anche delle città del Sud, da sempre vocate ad alimentare un’emigrazione suicida. Il Covid ha dimostrato che si può lavorare a Milano o seguire un corso universitario a Torino stando comodamente seduti sul balcone di casa a Lequile.

Sta crollando anche il vergognoso fenomeno delle case per studenti, di cui i ragazzi meridionali erano al tempo stesso le principali vittime e i principali fautori. Le lezioni si seguono online e, se proprio si vuole, si fanno in presenza solo gli esami: bastano due giorni fuori e non più una vita trapiantata in città estranee e spesso senz’anima.

Tutto questo non è un episodio, ma solo un drastico e violento anticipo della metamorfosi irreversibile in atto nelle società avanzate. È ovvio che superata la fase dell’emergenza occorre gestire il cambiamento: vanno ridisegnate le città, rivisto il sistema dei trasporti e delle comunicazioni, ripensati i servizi e gli investimenti. E occorre fare presto: all’accelerazione iniziale data dal Covid e sotto la cui dittatura siamo ancora schiavi, si aggiungono le spinte più diverse per riposizionare il sistema economico.

Ecco, mentre c’è da governare questa situazione estrema immaginando e orientando le direzioni dello sviluppo, in Italia siamo impegnati a decidere con un referendum se tagliare o no qualche centinaio di parlamentari. Un dilemma che risale a una quarantina di anni fa. Questo è l’eterno problema: mentre il cambiamento corre a velocità impressionante, la nostra classe politica sta ancora decidendo se mettersi le scarpe. 

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