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La varietà di situazioni e la combinazione di risultati rappresentano il terreno più fertile sul quale coltivare polemiche e ambizioni d’ogni genere. A rischiare di più è il governo, che già poggia su una maggioranza non proprio granitica

Se e come cambierà l'italia in una domenica d'autunno

Tra un paio di settimane gli italiani andranno alle urne. Sarà il primo giorno d’autunno e dunque stagione insolita per il voto, oltre che periodo gravido di preoccupazioni: dall’evoluzione del Covid al lavoro che non c’è, alla situazione economica che forse mai prima d’ora era stata così compromessa. Il clima dunque non è dei più adatti e questo significa che la partecipazione – quella che il linguaggio burocratico chiama «affluenza» - ne risentirà. Se in passato analizzando le percentuali di votanti si parlava di disaffezione, di malcontento o addirittura di «partito del non voto», il 21 settembre queste categorie potrebbero risultare fuorvianti o quantomeno inadatte a descrivere un astensionismo che potrebbe essere di massa. Questa volta entrano in gioco fattori nuovi, che vanno al di là dello scollamento fra partiti e società: nessuno può valutare con precisione quale sarà l’impatto del Covid sul corpo elettorale.

Ma la tornata del 20 e 21 settembre ha in sé un’altra caratteristica che non aiuterà a decifrarne il senso politico. Si va infatti alle urne per obiettivi diversi. In tutta Italia si vota per confermare o no la legge costituzionale che taglia 345 parlamentari, ma in sette regioni (Puglia, Valle d’Aosta, Liguria, Veneto, Campania, Toscana e Marche) si vota anche per i consigli regionali e i relativi «governatori».  

È facile prevedere che in queste regioni vi sarà un numero maggiore di votanti. Il che comporta due effetti: primo, sarà più facile capire quanto pesa l’interesse degli Italiani verso le proprie amministrazioni; secondo, potrebbero cambiare anche in maniera molto significativa le percentuali per il Sì e per il No.

La varietà di situazioni e la combinazione di risultati rappresentano il terreno più fertile sul quale coltivare polemiche e ambizioni d’ogni genere. A rischiare di più è il governo, che già poggia su una maggioranza non proprio granitica. Il barometro della stabilità è influenzato da due distinte perturbazioni: quella generata dal risultato del referendum e quella legata all’andamento delle Regionali. E non è detto che non possano avere effetti opposti nel senso che l’esito del referendum può rafforzare la maggioranza mentre quello delle Regionali aprire pericolose crepe o viceversa. Una bella scommessa per opinionisti e sondaggisti chiamati a disegnare i possibili scenari.

Di fronte a una vittoria dei Sì, come lasciano intendere le previsioni della vigilia, la maggioranza ne uscirebbe più unita e compatta e l’alleanza Pd-M5S potrebbe essere riproposta (con maggiore successo) nelle amministrazioni locali, picconando quelle situazioni che, come in Puglia e nelle Marche, vedono fieramente scontrarsi candidati del Pd e dei 5Stelle. Se invece dovessero inaspettatamente vincere i No, per la maggioranza si aprirebbe una fase più complessa in cui sarebbero in difficoltà soprattutto i 5Stelle che, sin dai tempi del governo con la Lega, hanno brigato per il taglio dei parlamentari.

Il Pd ha avuto un comportamento «elastico»: contro la riforma nelle prime tre votazioni in Aula, favorevole nella quarta e decisiva perché nel frattempo era andato al governo con i 5Stelle. Ma il partito non ha digerito il repentino cambio di rotta e sono in molti - anche fra i «padri nobili» - ad aver pubblicamente dichiarato che voteranno per il No.

Le opposizioni – a parte renziani e altri gruppi minoritari – si troverebbero in una situazione assai curiosa, in quanto avendo votato in Aula a favore del taglio dei parlamentari risulterebbero sconfitti anch’essi, ma solo sul piano formale. In questi giorni sono in corso molti «ripensamenti», più o meno espliciti, per cui le indicazioni di voto vanno in direzione opposta rispetto alle posizioni ufficiali.

Una furbata molto italica con due obiettivi precisi: mettere in seria difficoltà l’attuale maggioranza e mantenere lo status quo, ovvero la probabilità per deputati e senatori attuali di essere rieletti, probabilità che in caso di riforma si ridurrebbe drasticamente. Per cui alla fine, al di là di tutti i discorsi sulla rappresentanza, sulla esiguità dei risparmi e di tutte le altre motivazioni illustrate dai sostenitori del No, sarebbe l’inossidabile principio del «tengo famiglia» a mettere d’accordo tutti. Un modo discutibile di concepire la politica che però fa emergere una contraddizione di fondo presente nel taglio dei parlamentari: se – come è stato spesso raccontato – è un modo per smantellare la «casta» e di vera «casta» si tratta, allora è ovvio che questa non si taglierà gli attributi da sola. Al contrario, se passa la dieta dimagrante per il Parlamento vuol dire che la «casta» non c’è o è poco influente, ma allora viene meno una delle motivazioni essenziali poste dai 5Stelle a fondamento della riforma. Un paio di settimane passano in fretta e ben presto sapremo, Covid permettendo, se e come sta cambiando l’Italia.

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