Giovedì 01 Ottobre 2020 | 20:43

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Diciamoci la verità: abbiamo pensato tutti che dopo i mesi durissimi del confinamento la guerra contro il Covid l’avessimo vinta. Invece avevamo vinto solo una battaglia e a un prezzo durissimo: oltre 35mila morti, molti dei quali andati via senza un fiore né un saluto; altre decine di migliaia di persone con i danni permanenti del virus, senza contare la strage delle attività economiche. Comunque pensavamo di avercela fatta. Un clamoroso errore di prospettiva, giacché una nuova battaglia sta cominciando: è la famosa seconda ondata, verso la quale siamo più attrezzati ma anche più esposti. Perché non sono immaginabili altri mesi di isolamento e allora bisogna affrontare il virus fidando su fratello disinfettante e sorella mascherina.

Questa «vita nuova» pone due condizioni: la prima è che ciascuno abbia consapevolezza della situazione e agisca con la conseguente responsabilità; la seconda è che dal governo centrale all’ultimo sindaco ci sia lo sforzo di lavorare per il bene comune, come dovrebbe essere sempre, ma invece accade di rado. Proprio lo Stato, in tutte le sue articolazioni, è chiamato a compiere lo sforzo più grande. Che non può essere di nuovo uno sforzo retto dall’eroismo di alcuni, dall’abnegazione di altri, dal volontarismo di tanti. Lo Stato oggi deve dare prova soprattutto di capacità organizzative.  

Se collaborazione da parte dei cittadini deve esserci – e non può che essere così – devono però esserci decisioni chiare, regole precise, obiettivi definiti.

Fino a oggi non sembra si stia andando in questa direzione. Se si guarda alla scuola il quadro è deludente. È vero, ci sono responsabilità di singoli – la ministra Azzolina ce la sta mettendo tutta, è volenterosa, è dialogante, ma questo non basta a farne un ministro all’altezza della situazione – ma è soprattutto la macchina-Stato nel suo complesso che non sembra abbia ingranato la marcia giusta. Prima il balletto del «tutti promossi», anche se poi ci sono «promossi» che in realtà non sono promossi affatto, ora tutte le altre questioni: le aule insufficienti, i banchi singoli ordinati all’ultimo e che saranno pronti chissà quando, gli autobus che non bastano, i test che devono pagarseli i docenti, i precari che restano precari. Se a tutto questo aggiungiamo le ansie e i problemi dei genitori italiani il quadro è da brividi. Ovvio che in una situazione così confusa 250-300mila insegnanti si sentano in pericolo per le loro condizioni di salute e chiedano di restare a casa. Ovvio, ma con un problema in più per una scuola che da decenni è alla ricerca di equilibri stabili.

Ne fanno le spese i nostri giovani, che non sono «giovani» a vita, ma diventeranno la classe di dirigente di domani. Che qualità avranno se «studiano» a singhiozzo, se sono incapaci di concentrarsi su due frasi di seguito perché adesso la scuola è smart e progresso vuol dire fare lezione con i tablet? Che classe dirigente saranno se ricordano che è esistito un tizio di nome Giulio Cesare, ma non sanno nulla di De Gasperi o Einaudi? Sono domande alle quali da decenni la politica risponde con continue riforme basate soprattutto sugli umori del ministro di turno che, non fa male ricordarlo, non dura mai in carica 5 anni e il cui obiettivo principale è riformare la riforma fatta l’anno prima dal predecessore. Se oggi si chiedesse a qualcuno di raccontare come si svolge l’esame di Stato, ben pochi – insegnanti compresi – saprebbero dare la risposta giusta, tante sono state le «riforme» che si sono accavallate, disarcionandosi fra loro. Purtroppo sono segnali che indicano solo l’assenza di idee, cioè di soluzioni efficaci, pensate per gli studenti e la loro formazione e non per tutti gli altri mille indicibili obiettivi.

Ora però la scuola rischia di essere il bivio di fronte al quale il Paese deve adottare di nuovo scelte drastiche. In Germania – dove non si fanno riforme a ogni stagione e dove l’osservanza delle regole è un filino più radicata che da noi – interi istituti sono stati chiusi dopo che si sono registrati contagi, ma senza che questo diventasse dramma nazionale. In Italia ci saranno stessa elasticità e stesso sangue freddo? Un pizzico di pessimismo è inevitabile, soprattutto se si considera il calendario che è stato varato: apertura delle scuole il 1° settembre per collegi dei docenti ed esami di riparazione che però non si possono chiamare così; 14 settembre apertura dell’anno scolastico; 19-23 settembre interruzione delle attività per permettere il referendum sul taglio dei parlamentari e il rinnovo di 7 consigli regionali; fine ottobre data ultima (prevista) per la consegna dei banchi. La domanda è: quando i ragazzi cominceranno a studiare veramente? Cominceranno proprio quando partiranno i contagi da influenza stagionale che moltiplicheranno i falsi allarmi Covid o ne faciliteranno la diffusione (la comunità scientifica è incerta) ma rendendo di sicuro ancora più confusa la situazione. Ecco il prossimo campo di battaglia della guerra al Covid sarà la scuola e a sceglierlo è stato ancora una volta il nemico.

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