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La recente consultazione online dei Cinque Stelle ha segnato un ulteriore e radicale deviazione dai «fondamentali» del Movimento, ponendo non pochi interrogativi sul futuro e sulle prospettive di una forza nata all’insegna dell’antipolitica e di una vigorosa carica rivoluzionaria (emblematico è l’annuncio bellicoso di Beppe Grillo nel 2013 di voler aprire il Parlamento come una scatola di tonno).

Approdati sugli scranni di Montecitorio e di Palazzo Madama, com’era prevedibile, le posizioni di rottura dei grillini con l’establishment si sono progressivamente smussate. Gestire il potere è cosa diversa dal contrastarlo, occorre essere propositivi e non demolitori. Tuttavia, in questo caso, il cambiamento di passo è stato eclatante, tanto da far evaporare la natura originaria del Movimento. Una virata a trecentosessanta gradi, fino a rinnegare la gran parte delle idee che ne costituivano l’imprinting differenziandolo – non senza qualche ingenuità – in maniera profonda dal panorama politico esistente.

L’ultimo verdetto della piattaforma Rousseau – strumento sul quale permangono molte perplessità, non foss’altro per l’esiguità del numero degli iscritti cui vengono affidate decisioni fondamentali per l’intero Movimento, nonostante Davide Casaleggio continui a considerarlo il cardine della democrazia interna – ha fatto cadere ulteriori bastioni del verbo grillino.
continua dalla prima

In particolare vincolo del doppio mandato e divieto di alleanze a livello locale con altri soggetti politici, sgretolando ancor di più quei tratti di «diversità» che da sempre il Movimento aveva rivendicato. Duri e puri, nemici dei professionisti della politica, militanti per i quali conta la regola dell’uno vale uno da cui consegue l’assoluta interscambiabilità dei rappresentanti in Parlamento o nelle articolazioni territoriali dello Stato, individui considerati meri attuatori delle direttive del Movimento, refrattari a ogni alleanza che avrebbe infranto la loro verginità.

Oggi qualcosa (anzi molto) è cambiato.

Sono diventati inaspettatamente inclusivi. I pasdaran del Movimento – da Alessandro Di Battista a Barbara Lezzi, ora attestati in «zona scissione» – si sono progressivamente fatti da parte (o sono stati emarginati), lasciando campo libero ai moderati – in primis Luigi Di Maio – versati alla mediazione e al confronto con forze politiche «altre», alle intese e al compromesso piuttosto che alla strenua difesa della loro specificità.

Ci troviamo così di fronte a un Movimento alla ricerca di un’identità, rispetto al quale non è facile individuare le ragioni di quella che è una sterzata al centro e che potrebbe farli utilmente riposizionare o invece segnarne il definitivo tracollo. I Cinquestelle sono infatti diventati una forza di centro, anzi «la» forza di centro per eccellenza dell’attuale panorama politico, capace di dialogare – e di allearsi – con il principale partito del centrodestra come con il corrispondente partito del centrosinistra. La storia è nota. Al di là degli equilibrismi lessicali con cui tali operazioni sono state etichettate – contratti, accordi di programma, intese – quel che ne vien fuori è un istinto camaleontico a costituire maggioranze e piattaforme di governo che nessuno si aspettava. Del resto non sono stati proprio i grillini a rifiutare di essere catalogati come di destra o di sinistra, ritenendo tali distinzioni obsolete? Anche se, proprio a causa dell’eterogeneità delle compagini costruite, la maggiore difficoltà risiede nel tracciare una linea d’azione compatta ed organica. E la conseguente perdita di identità rispetto alle origini ha determinato una contrazione del consenso che un tempo si riteneva potenzialmente infinito.

I grillini hanno da sempre affermato di voler correre e governare da soli. Sulla base, evidentemente, della convinzione che avrebbero potuto in breve tempo raggiungere un risultato elettorale tale da sbaragliare tutti i concorrenti relegandoli nell’angolo del ring.

Il sogno di tutti ma, in particolare, della Democrazia cristiana ai tempi della Prima Repubblica. La Balena bianca – come l’aveva definita Giampaolo Pansa proprio per la sua capacità pervasiva, per il suo essere una spugna in grado di assorbire tutto e tutti – andò vicino all’obiettivo grazie alla sua natura (secondo le categorie del tempo) di partito interclassista. Un partito, cioè, in grado di rappresentare varie componenti della società, vari orientamenti ideologici, e dunque di pescare voti a destra e a sinistra. Un partito moderato (e, nell’epoca della cortina di ferro, tranquillizzante), collocato al centro della geografia politica.
Il sogno non si avverò, l’Italia ha uno zoccolo duro sia a destra che a sinistra, ma la Balena bianca ha governato per quasi mezzo secolo. I numeri dei Cinquestelle sono molti diversi, ma possiamo dire che il movimento si stia «democristianizzando». Aspirando a un (improbabile) neocentrismo tutto da testare. Più che una balena, un balenottero a Cinquestelle. «L’inizio di una nuova era», secondo Di Maio. L’unica possibile, per non rimanere intrappolati nel ruolo di oppositori permanenti.


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