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l'Analisi

Con la lingua inglese noi un popolo di Sordi (Alberto)

Con la lingua inglese noi un popolo di sordi (Alberto)

Il mondo d’oggi non ha e non deve avere confini e la stabilità linguistica è per natura precaria. Tuttavia, l’unico aspetto cui la globalizzazione dovrebbe piegarsi è il rispetto delle identità culturali

20 Agosto 2020

Ennio Triggiani

Come non ritenere momenti storici le lotte studentesche del diciannove sessantotto, o il crollo del muro di Berlino del diciannove ottantanove per non parlare dell’attentato alle Torri gemelle del venti zero uno? Scusatemi se può apparire strano quanto scrivo ma, credetemi, non sono impazzito. Mi limito ad utilizzare lo stesso criterio adoperato ormai da...

Come non ritenere momenti storici le lotte studentesche del diciannove sessantotto, o il crollo del muro di Berlino del diciannove ottantanove per non parlare dell’attentato alle Torri gemelle del venti zero uno? Scusatemi se può apparire strano quanto scrivo ma, credetemi, non sono impazzito. Mi limito ad utilizzare lo stesso criterio adoperato ormai da troppi giornalisti, docenti e commentatori nel parlare dell’anno in corso come il venti venti (2020) e, per consolidarne l’uso, del prossimo venti ventuno (2021). Ma già da tempo inorridivo quando il noto programma comunitario per la cultura veniva chiamato «Horizon venti venti» (si dica, almeno, «Orizzonte venti venti!»).

Si tratta, purtroppo, della ennesima e diffusa abitudine di calpestare la nostra bellissima lingua per la voglia, spesso, di «auto colonizzarci» con l’inglese. Per carità, è indispensabile accettare ormai nel nostro linguaggio termini e frasi che appartengono all’uso comune, considerato che la globalizzazione, sotto molti aspetti, è anche linguistica ed è normale che a volte non ci sia alcuna necessità di operare una traduzione per di più a volte anche inopportuna. La lingua inglese nel mondo odierno è imprescindibile e va benissimo l’impiego di termini mutuati dall’inglese (abstract, account, best seller, bipartisan, bond, breaking news, catering, evergreen, fiction, happy end, meeting, mouse, selfie, talk, trend, week end, ecc…) ormai di consolidata acquisizione corrente. Non parliamo poi della politica che per sembrare più nuova (sarà vero?) ricorre a flat tax, jobs act, spending review, privacy, welfare…
Tuttavia, tornando a «venti venti», che senso ha riproporre in italiano la struttura abbreviata dell’indicazione dell’anno, quasi sempre ormai utilizzata Oltremanica? Penso che qualcuno si ricorderà il titolo di un articolo di un importante giornale nazionale in cui la locuzione latina con doppia congiunzione aut aut, indicante l'obbligo di esprimere una scelta imposta a chi esita a prendere una posizione, venne espressa con quella, inglese ma inesistente, out out ovvero «fuori fuori» (evidentemente di testa). È indimenticabile, in proposito, il caso di un mio esaminato all’Università che si espresse con un misterioso «contratto sain dai» per poi scoprire che si riferiva alla locuzione latina «sine die» (contratto a tempo indeterminato); ma tant’è la lingua di Cicerone (scelgo lui essendo un giurista) purtroppo viene considerata con immeritato e colpevole fastidio avendola ampiamente cancellata dallo studio scolastico.

E potete immaginare con quale soddisfazione ascolto la pubblicità di una risorsa energetica di un’importante azienda italiana (per quanto multinazionale) qualificata come plus ma ovviamente pronunciata plas! Certamente «plus» è un vocabolo che, esportato dal latino, è ormai parte integrante anche dell’inglese e deve seguirne le regole fonetiche: però nei Paesi anglofoni e non in Italia! Purtroppo, siamo in quel diffuso provincialismo espressione, come giustamente sottolineato dal grande linguista Francesco Sabatini, della nostra tardiva sovranità nazionale. Evidentemente, tutto va bene ma est modus in rebus, diceva Orazio, «esiste una misura nelle cose».

Sia ben chiaro, amo l’inglese e condivido quanto afferma l’autorevole Gian Luigi Beccaria per il quale «L’anglismo ha oggi a suo favore alcuni elementi strutturali rilevanti: l’economicità sintattica e una certa “comodità lessicale” che spesso si riduce a semplici e comodi monosillabi boom, fan, gay, scoop, staff, stress, star, shop, show…». Anche se a volte ci imbarchiamo in un lungo misunderstanding invece del più semplice equivoco. E non penso che il ricorso a mission sia fatto per fare a meno di una «e». Per risparmiare appena un po’ di fiato facciamo venire il fiatone all’italiano? È quindi probabile che, come sosteneva Leopardi, «nel pronunziare o nel sentir pronunziare una lingua straniera, ci piacciono più di tutto quei suoni che non sono propri della nostra» (dallo Zibaldone). Anche se il vocabolo austerity non riesce ad evitare d’essere odiato.

Pensiamo, poi, alla solo casuale presenza di vocaboli italiani in riunioni aziendali condotte, quasi sempre, con la proiezione di opportune slides realizzate in power point (ci sono cascato!). E che dire dello smart working durante il lockdown? Certo il primo suona meglio ed è più cool (ci sono ricascato!) di lavoro agile (aggettivo contraddetto dal peso aggiuntivo acquisito stando seduti a casa), anche se si tratta di uno pseudoanglicismo, meglio riferito alla trasformazione digitale delle imprese, da noi utilizzato in luogo dei più corretti working from home (WFH) o remote working.

Ma l’irruzione dell’inglese, a volte, è giustamente inarrestabile se solo pensiamo a Brexit, spread oppure a fake news, quest’ultima espressione diretta a evitare l’uso del termine bufale (al fine forse di non irritare l’Ente nazionale protezione animali considerata la derivazione del vocabolo dal «portare a spasso l'interlocutore trascinandolo come si fa con i buoi e i bufali attraverso l'anello attaccato al naso»?). E per chi ama gli animali la pet therapy è certamente più efficace della corrispondente espressione italiana; per non parlare del valore «salvifico» del Recovery Fund.

Il grande Renato Carosone (consiglio ai più giovani di recuperarlo) con la sua efficace ironia musicale già intravedeva il futuro anglicismo imperante con «Tu vuo’ fa l’americano» per non parlare dell’indimenticabile «Un americano a Roma» di Alberto Sordi. Il mondo d’oggi non ha e non deve avere confini e la stabilità linguistica è per natura precaria; tuttavia, l’unico aspetto cui la globalizzazione dovrebbe piegarsi è il rispetto delle identità culturali che, anzi, ne dovrebbe qualificare l’inevitabile evoluzione.

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