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La pandemia da Coronavirus non solo ha cambiato i nostri comportamenti sociali, ma ha innescato un profondo processo di revisione delle attività produttive

Il passato che non passa non aiuta a battere la crisi

La pandemia da Coronavirus non solo ha cambiato i nostri comportamenti sociali, ma ha innescato un profondo processo di revisione delle attività produttive. I due aspetti non sono separati, ma intrinsecamente correlati.

Se le nostre abitudini sociali cambiano prima o poi, dovranno cambiare anche i modi ed i settori tradizionali della produzione.

C’è ancora qualcuno che crede al futuro come una ripetizione di quello che abbiamo visto fino a ieri? E’ davvero plausibile pensare che lo sviluppo economico riprenda lo stesso percorso che ha avuto fino ad oggi? La risposta non può che essere negativa. Si è messo in moto un meccanismo che cambierà radicalmente la nostra realtà economica e non a caso, si diffondono le voci di quelli che sostengono come questo cambiamento toccherà alla radice le nostre idee e i nostri comportamenti del passato. Sappiamo che il turismo, le attività alberghiere, i viaggi aerei, la ristorazione, le costruzioni residenziali e quelle commerciali, il settore energetico con i combustibili fossili, l’organizzazione aziendale del lavoro in fabbrica e negli uffici, la scuola, l’amministrazione pubblica e la sanità, sono state colpite duramente dalla crisi della pandemia.

Dovremo prepararci ai mutamenti inevitabili che dovremo affrontare in molti settori economici e sociali e prepararci a prendere nuove vie, nuove soluzioni, nuove iniziative che erano fino a ieri per molti, impensabili. Pensare che la ricerca del nuovo vaccino per la protezione dal virus ripossa miracolosamente riproporre la vecchia realtà economica e sociale, è piuttosto ingenuo perché non ci fa vedere la profonda ristrutturazione che dovremo affrontare da subito. Non è un caso che persino i programmi europei di sostegno all’economia dei Paesi dell’Unione, individui nei settori della digitalizzazione, della tecnologia, dell’economia “verde”, della sanità e delle conseguenti modifiche strutturali nei singoli Paesi Europei, la chiave di volta per l’applicazione dei fondi di sostegno. Abbiamo forse l’ultima “chance” di trasformare la “crisi” in una opportunità capace di cambiare le nostre economie. L’Italia, è fra i Paesi Europei, quella che è più indietro nelle riforme strutturali capaci di modernizzare il nostro Paese. Da questo punto di vista dovremmo correre più veloci degli altri per recuperare il terreno perduto negli ultimi venti anni. Dobbiamo smettere di essere il fanalino di coda dell’Unione Europea in molti settori, ma affrontare con coraggio i cambiamenti necessari per adeguarci ai problemi della modernità. In questo contesto talune decisioni governative come le continue proroghe alla CIG (Cassa integrazione) per le aziende non va nella direzione giusta. Se riteniamo debba essere il settore privato a trovare le soluzioni per lo sviluppo economico e non qualche burocrate seduto dietro una scrivania al Ministero ( ha forse costui poteri divinatori e predittivi che altri non hanno?), allora bisogna riconoscere che talune misure approvate dal Governo favoriscano l’assistenzialismo e non lo sviluppo economico. Bisogna ripensare tutto il sistema della CIG, perché estendere il divieto di licenziamento oltre certi e opportuni limiti temporali in caso di crisi, potrebbe essere controproducente. Le aziende che non stanno in piedi, che non hanno un futuro devono potere cessare la produzione e fallire, altrimenti si distrugge la ricchezza. Dovremmo sostenere quelle che ragionevolmente hanno delle “chance” di sopravvivenza , non quelle decotte. Quando soldi pubblici finiranno se la produttività non aumenta insieme alla produzione con la caduta del PNL , sarà una catastrofe gigantesca. Dobbiamo proteggere i lavoratori, non i singoli posti di lavoro. E per questo dobbiamo aumentare la formazione permanente nelle aziende, la riqualificazione professionale per nuove competenze e la capacità di aumentare gli investimenti in capitale.La formazione di “capitale umano” è la parte più importante insieme all’uso del capitale, nella realizzazione di una migliore produttività che è il sintomo della efficienza di una azienda che voglia stare sul mercato.

L’impressione che si ricava è invece quella di continuare a fare come in passato senza modificare nulla, seguendo un modello di sviluppo che già in passato ha fallito. L’assistenzialismo associato allo statalismo che è una parte integrante della mentalità italiana, sembra volere usare la Cassa Depositi e Prestiti, che raccoglie i depositi postali degli italiani, per sostenere tutte le aziende in difficoltà come faceva una volta negli anni settanta la GEPI con grande uso di fondi pubblici. Il sintomo più rilevante in materia è che questo attivismo statalista travalica anche nell’economia finanziaria, per soddisfare le richieste dei nostri sovranisti incalliti. La Borsa Italiana è posseduta dal London Stock Exchange che deve cederla per il suo acquisto della piattaforma Refinitiv ( la vecchia Reuters), in accordo all’antitrust europeo. Inevitabilmente le voglie sovraniste si sono fatte avanti, pensando che il “naturale” acquirente della Borsa Italiana sia la Cassa Depositi e Prestiti che ovviamente dovrebbe investire nell’economia reale.

L’acquirente “naturale” della Borsa Italiana è invece la piattaforma europea di Euronext che è appunto un consorzio europeo che gestisce le contrattazioni sui titoli e azioni e dove lo spazio per gli scambi dei Titoli di Stato Italiani troverebbe una liquidità immensa e maggiore di quella limitata al solo mercato italiano.

D’altra parte se la CDP diventa una specie di azionista di ultima istanza per le decisioni del Governo, ci troveremmo in un totale conflitto di interessi. Lo Stato che dovrebbe fare rispettare le regole, si troverebbe proprietario del sistema stesso della Borsa Italiana. Non è forse il campanello di allarme della avanzata sovranista in Italia?

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