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L'ardita teoria etologica del prode leghista machista, femminista

Prendi una battaglia di anni, la doppia preferenza di genere, e mettila nelle mani di un «machista» come Calderoli. E, come direbbe Marx, la tragedia può finire in farsa

Il machista,  femminista

Ardita teoria etologica del prode leghista Calderoli. Stavolta i «negri» non c'entrano, piuttosto altra categoria del repertorio della beceritudine: le femmine!  Ora, tu prendi una battaglia di anni, la doppia preferenza di genere, e mettila nelle mani di un «machista» come Calderoli. E, come direbbe Marx, la tragedia può finire in farsa.

 Ma torniamo alla «teoria». La doppia preferenza, com’è noto, consente ad ogni elettore di votare due candidati nella stessa lista, purché di sesso diverso. L’obiettivo è incrementare la presenza femminile nelle assemblee elettive. Secondo il senatore leghista, tuttavia, questo sistema in realtà danneggia le donne perché «il maschio è più infedele della donna. Così si accoppia con 4-5 rappresentanti del gentilsesso. Il risultato è che si porta dietro i voti di 4 o 5 signore a differenza della donna». Ah, piccolo particolare: Calderoli non lo ha detto ai suoi compagni di merende durante una partita allo stracciacamicia, bensì nell’aula del Senato, nel pieno della discussione sul decreto legge  per la doppia preferenza in Puglia. Decreto che ha di fatto  bypassato l’indecisionismo  (o l’ostruzionismo?) dei consiglieri regionali pugliesi, salvo poi tutti rivendicarne in qualche modo la paternità.

Detto questo, parliamo di Calderoli. Rigenerato. Ma è lo stesso Roberto Calderoli che diede dell’orango all’allora ministro Kyenge? Sì sì, proprio lui. Darwinista convinto, vista l'accuratezza lessicale: «il maschio si accoppia» dà di voce fuori campo nel documentario sui ricci in calore. Oltretutto dotato di fiducia granitica nelle performance sessuali maschili, tali da totalizzare l’en plein dei voti di tutte le entusiaste signore.  Chiaro che non abbia mai letto «Il bell'Antonio». Qualcuno azzarda: chiaro che non abbia mai letto... Ad ogni modo, la campagna elettorale da consumare tra le lenzuola è una singolare novità: una donna sedotta uguale un voto? Affari d’oro per i produttori di Viagra & affini, salvo che il candidato non sia Cetto La Qualunque al quale com’è noto basta il peperoncino calabrese.

In aula, tra qualche timido applauso e il ludibrio collettivo, perfino Ignazio La Russa, in quel momento presidente dell’assemblea a Palazzo Madama, ha manifestato un certo fastidio. La Russa che a sua volta, una manciata di mesi or sono, tirò fuori metafore machiste per commentare un Inter-Juventus: «La morale è che l’Inter ha cambiato un grande centravanti col pisello confuso con un centravanti confuso dal grande pisello». Perché noi siamo il Paese che ancora si nutre di allegorie fallocratiche. Perché dal celodurismo in poi la caduta di stile è stata inesorabile e progressiva, fino ai comizi dell’ex ministro dell’Interno nonché vicepremier leghista che pure a Bari dal palco tuonava a suon di esticazzi!

Ed è in questo brodo di mascolinità ostentata, esasperata, anacronistica che probabilmente ha proliferato la stessa ostinata politica pugliese sostanzialmente «commissariata» dal governo Conte con questo decreto sulla doppia preferenza. Una subcultura imperante, trasversale, bipartisan che prova in tutti i modi a sbarrare il passo al protagonismo femminile nelle cosiddette stanze dei bottoni. Uno dei terreni, la politica, in cui più vistosamente che in qualsiasi altro settore gli uomini non sono disposti a cedere un millimetro di spazio. Di spazio o di potere? E qui si ripropone il dilemma sulla gestione del potere da parte dell’uno e dell’altro sesso, con uno stereotipo ormai logoro: le donne esercitano il potere in maniera etica, gli uomini in maniera malvagia. Lady Macbeth: «Voi, spiriti che vegliate sui pensieri di morte, snaturate in me il sesso, e colmatemi tutta, da capo a piedi, della più atroce crudeltà». Shakespeare insegna che un certo tipo di potere stravolga in maniera unisex.
 

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