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In Puglia e Basilicata

Il punto

L’incredibile certezza degli italiani che il peggio debba sempre colpire gli altri

È più di una ipotesi: il Covid-19 ce lo stiamo riportando noi nelle case nostre, nei nostri luoghi di lavoro, perfino nei luoghi che per eccellenza dovrebbero essere dedicati alla cura, gli ospedali

03 Agosto 2020

Mimmo Mazza

È più di una ipotesi: il Covid-19 ce lo stiamo riportando noi nelle case nostre, nei nostri luoghi di lavoro, perfino nei luoghi che per eccellenza dovrebbero essere dedicati alla cura, gli ospedali. Il virus dell'anno bisesto d'altronde non viaggia col vento ma si espande dai luoghi di contagio a bordo delle persone che incuranti di decreti, leggi, multe e prediche, hanno prima obbedito a restrizioni e quarantene.

E poi, da un momento all'altro, come se nulla fosse accaduto e gli oltre 30mila morti registrati in Italia siano un incidente della storia e centinaia di migliaia di disoccupati siano solo numeri da trattare in qualche modo, ripreso a fare la vita di prima. Come se nulla fosse stato e sia, purtroppo, tutt'ora. La vicenda della discoteca Clorophilla di Castellaneta è emblematica. Non è il primo, né l'unico locale pubblico aperto in Puglia, regione che il tg1 di ieri segnalava come la più cercata dagli italiani come luogo di vacanza. Ma vedere la dj Deborah De Luca che ieri mattina alle 6 dava il buongiorno a centinaia di ragazzi, accalcati sotto il suo palco, senza alcuna distanziamento sociale e senza nessun dispositivo di protezione, non può restare senza commento.

I gestori di discoteca fanno un mestiere come tanti altri e hanno il diritto di esercitarlo. Ma esattamente come ogni lavoratore in tempi di Covid-19, le regole ci sono e vanno rispettate, perché una norma senza sanzione, è una norma imperfetta, che non serve a nulla.

C'è un comportamento bipolare in noi meridionali davvero incredibile. Usiamo ormai da 4 mesi le mascherine per andare a fare la spesa o per comprare qualche capo di abbigliamento ai saldi, partecipiamo ai funerali dei nostri cari tra rigide misure di sicurezza ma poi, forse per mostrare a quelli del Nord che affollano le nostre spiagge e le nostre strade che siamo più forti del Coronavirus, ci ammassiamo in riva al mare, nei bar, ai ristoranti e nelle discoteche come se l'emergenza toccasse a qualcun altro, pieni a parole di quel vaccino che mezzo mondo sta cercando di scoprire e brevettare, insensibili alle drammatiche immagini delle decine di bare allineate a Bergamo.

Non capiamo che finirà – perché prima o poi finirà – anche e soprattutto se adotteremo comportamenti coerenti con la voglia, che abbiamo, ad esempio di tornare allo stadio e grazie ai sacrifici che tutti abbiamo fatto restando oltre due mesi a casa, senza andare al ristorante, senza gustarci le nostre città, con gli occhi desiderosi di riempirsi nuovamente dei paesaggi meravigliosi che la nostra terra sa regalare, costretti a lavorare da casa, privati del confronto e del sostegno dei colleghi di sempre. E' stato difficile tenere a casa i nostri figli, e noi per primi, anche perché i numeri dei contagiati dalle nostre parti sono stati parecchio inferiori a quelli del resto d'Italia e del mondo ma non capiamo che se non c'è stata – ancora – né l'esplosione temuta, né la liberazione auspicata, vuol dire che il virus è vivo e lotta contro di noi, come dimostra il raddoppio dei casi in Puglia nell'ultima settimana. Serve un ulteriore sforzo corale e ancor prima occorrono buoni esempi: quanto accaduto ieri mattina a Castellaneta non pare proprio un caso da imitare. Quel buongiorno urlato al popolo del Clorophilla aveva davvero poco di buono.

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