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Con la chiusura dell’anno scolastico è tempo di riflessioni. Un tema di cui si è molto discusso (e si continua a discutere) è quello della didattica “a distanza”: l’insegnamento operato “da lontano”, ex remoto, come si dovrebbe dire (e non a remoto, come invece si usa dire), con una locuzione avverbiale risalente a Seneca (De beneficiis, 7.1.5). Vi si è fatto ricorso in una situazione di emergenza causata dalla pandemia, che sconsigliava, anzi, inibiva, la vicinanza, il contatto fisico tra le persone, imponendo il c.d. “distanziamento”. Una novità assoluta per la scuola, che di per sé, avendo il compito di trasmettere agli allievi, attraverso l’insegnamento collettivo, i fondamenti di una disciplina, arte o professione, implica una relazione diretta tra le persone, una stretta interazione fra docente e allievo. La scuola è il luogo dove trovarsi, vedersi, conoscersi. Ed “è fatta”, come scrive Massimo Recalcati, “di ore di lezione che possono essere avventure, incontri, esperienze intellettuali ed emotive profonde” (L’ora di lezione, 2014).

Perciò, una scuola a distanza, priva della vicinanza, del rapporto umano tra insegnate ed allievo, finisce col diventare una istituzione “burocratica”, incapace di liberare i ragazzi dall’ “ipnosi telematica o televisiva in cui sono immersi”, e che si accontenta di trasmettere informazioni, riciclando un sapere sempre uguale, che non riserva sorpresa, stupore, riducendosi ad un cumulo di dati.

“L’uomo”, afferma lo scrittore latino Plinio il Vecchio nella sua Storia naturale (7.4), “non apprende nulla senza un insegnamento” (Homines nihil scire nisi doctrina), “non sa parlare, né comunicare, né mangiare, insomma non sa fare nulla per sua natura che piangere” (non fari, non ingredi, non vesci, breviterque non aliud sponte quam flere). Il rapporto docente-discente consiste nella simbiosi che si instaura fra maestro e allievo. “C’è”, scrive Seneca in un passo delle sue Lettere a Lucilio, “un vantaggio reciproco” (mutuo ista fiunt), perché “gli uomini, mentre insegnano, imparano” (et homines dum docent discunt).

Ed è il pensiero che si ritrova in Erasmo da Rotterdam (1466-1536), figura centrale della cultura europea del tempo: “Il primo, e principale, gradino verso la conoscenza” (Praecipuus discendi gradus) “è il reciproco amore fra chi insegna e chi apprende” (mutuus inter docentem et discentem amor). Un legame che fa dell’insegnante una figura “paterna”, nella rappresentazione splendida con cui Dante ritrae Brunetto Latini nella Divina Commedia (Inf. 15, 82-85): “ … ‘n la mente m’è fitta, e or m’accora, la cara e buona immagine paterna di voi quando nel mondo ad ora ad ora m’insegnavate come l’uom s’etterna”. Una descrizione di grande intensità emotiva, che affiora anche dall’uso, affettuoso e riverente, del “Voi” con cui il poeta, da discepolo, si rivolge al maestro.

Una immagine, quella paterna, che si ritrova anche nel Cuore di Edmondo De Amicis: “Maestro … dopo quello di padre è il più nobile, il più dolce nome che possa dare un uomo ad un altro uomo”.

Ma l’insegnamento richiede, anzi esige, un luogo reale, fisico in cui si realizza l’incontro. E questo luogo è la classe, l’aula in cui si tengono le lezioni. Che è una “comunità di persone”, alla ricerca degli “occhi di un maestro, e il cui stare insieme è il senso del loro andare a scuola” (Andrea Bajani, La scuola non serve a niente, 2014).

Orbene, la scuola è in crisi. Vive una difficoltà che rischia di portarla allo “sfascio”, come teme Giovanni Floris (Ultimo banco. Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia, 2018). Occorre, sì, “tutta un’altra scuola”, a voler riprendere il titolo del saggio di Giacomo Stella (2016), ma senza snaturarla, abusando, per esempio, di tecnologie digitali, strumenti utili, ma da adoperare con oculatezza.

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