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Covid? Ci siamo illusi. Non siamo migliori

Ci eravamo tanto illusi. Ci avevamo creduto. Ci siamo impegnati e abbiamo avuto fiducia. «Andrà tutto bene», abbiamo ripetuto, convinti di farcela

Coronavirus

Ci eravamo tanto illusi. Ci avevamo creduto. Ci siamo impegnati e abbiamo avuto fiducia. «Andrà tutto bene», abbiamo ripetuto, convinti di farcela. E infatti ce l’abbiamo fatta a uscire (o quasi) dal tunnel, ma non è vero che è andato tutto bene, non è vero che tutto va bene e soprattutto che dopo l’esperienza del Covid siamo migliorati. Anzi.
Proviamo a riportare indietro il tempo di quattro mesi, solo quattro mesi. L’incipiente primavera si faceva già annusare, chi poteva si stava godendo gli scampoli delle sciate sull’ultima neve, già si cominciava a sognare la vacanza estiva e a programmare le prime scampagnate.

Quattro mesi fa: i primi di marzo. Solo i primi di marzo, eppure sembra una vita fa. La pandemia resterà una pietra miliare nella nostra storia, in quella collettiva e soprattutto in quella individuale. «Andrà tutto bene», ci dicevamo per convincerci che così sarebbe stato. C’è stato chi lo ha detto in musica, chi con la grafica o la pittura. I bambini hanno disegnato arcobaleni da esporre ai balconi e sono stati loro, i bambini, a infonderci fiducia, mentre erano loro i primi ad aver bisogno di consolazione.
Quattro mesi: una vita fa, praticamente. Com’era il mondo prima del Covid? E com’è adesso? Domanda retorica, perché questo acronimo a.C. oppure d.C., in tutto simile a quello che segnala la vera divaricazione della storia con l’avvento della Cristianità, in realtà è una finzione sociologica. Saremo tutti migliori, ci dicevamo quattro mesi fa - cioé una vita fa - perché volevamo cogliere segnali maturi di una solidarietà mai vista tra noi. Migliori? Chi: noi? Ma per favore...

Ricordate? Quattro mesi fa ci siamo dati appuntamento sui balconi attraverso i social per cantare l’inno nazionale a squarciagola a uso e consumo delle telecamere di mezzo mondo, che poi inevitabilmente ci ha pure copiato. All’estero non hanno cantato l’Inno di Mameli per carità di patria, ma hanno intonato Bella ciao, trasformando noialtri in partigiani della Sanità. E noi, a nostra volta abbiamo cercato il modello cardine cui immolare il nostro sacrificio e abbiamo trasformato in eroi i medici e gli infermieri, vittime in servizio di un sistema violato e violentato dalla ragion politica più che dai conti dello Stato. Più sanità privata di eccellenza e meno sanità pubblica di base: lo abbiamo fatto per decenni, salvo inneggiare adesso ai nostri eroi.

Quattro mesi fa - una vita fa - abbiamo issato il Tricolore sui nostri balconi, manco stesse per scendere in campo la Nazionale di calcio ai Mondiali. Siamo stati buoni buoni in casa come ci hanno ripetutamente raccomandato dagli schermi dei social e delle televisioni i politici, gli scienziati (veri o presunti), gli intellettuali (sic!) e gli artisti di turno. «Andrà tutto bene e saremo migliorati da questa esperienza» ci dicevano, e noi ci abbiamo creduto.
Bene. Adesso, in questi giorni caldi del d.C. abbiamo imparato a memoria che il d.C., cioé il dopo Covid, quello vero, per intenderci, lo avremo solo col vaccino che verrà, se verrà, quando verrà. Intanto non dobbiamo abbassare la guardia ma possiamo stare sereni, intanto l’emergenza è passata ma bisogna evitare gli assembramenti, intanto non mettete più i guanti che è peggio ma frattanto i guanti sono introvabili o si trovano solo a prezzi raddoppiati.
Non siamo migliorati, anzi. La verità è che siamo e stiamo peggio di prima, ci siamo incattiviti, abbiamo paura l’uno dell’altro, abbiamo perso la fiducia reciproca e sappiamo che per sopravvivere dobbiamo inseguire l’immunità di gregge. Cioè: se tu muori, vivo io.

Il Covid ci ha insegnato che abbiamo poca fiducia negli scienziati, ma dobbiamo averne tanta nella scienza; così come abbiamo zero fiducia nei politici ma tanta nella politica. Assistiamo tuttora silenziosi alle contraddizioni della politica come della scienza e solo l’italica insipienza e riottosità alle rivoluzioni ha finora impedito una reazione diversa delle piazze. Non è che si voglia essere rispettosi e accorti a fronte degli assembramenti: è che si preferisce un accomodante adeguamento alla situazione, tanto ci sarà sempre qualche amico dell’amico che riuscirà a farci avere per vie traverse persino i guanti in lattice a prezzi a.C.

Non siamo migliorati perché siamo diventati più insipienti, più ignoranti, più depressi e più poveri. Facciamo finta di non capire i danni alla formazione della persona prodotti dalla didattica a distanza e i nostri figli pagheranno caro nel tempo il prezzo del distanziamento. Ora, a caldo, esaltiamo i vantaggi della tecnologia, che pure sono innegabili, ma tra qualche tempo ci toccherà tirare le somme della produttività del telelavoro e avremo solo due possibilità: o mentire o arrossire di vergogna.
Siamo peggiorati perché siamo diventati più rissosi, più cattivi. La politica è all’avanguardia in questo, come è ovvio che sia. Stiamo ancora contando i morti e i contagi, eppure invochiamo le elezioni, programmiamo il «nuovo» Quirinale, discettiamo di finanziamenti e alleggerimenti fiscali come se avessimo solo da rompere il salvadanaio in terracotta e distribuire un tesoretto. Siamo peggiorati perché stiamo trasformando le nostre città in ristoranti a cielo aperto, con tavolini modello «Cynar» quasi al centro strada pur di consentire la ripresa, imponendo regole che non si possono rispettare e favorendo l’avvento di mezzi elettrici (privati) di locomozione tanto comodi quanto pericolosi per chi li usa.

Stiamo sbagliando tutto, perché a tutto abbiamo pensato tranne che a far ripartire la Cultura, vero motore di una comunità perché insiste sulla sua identità. Ci siamo illusi e ne paghiamo il prezzo: piangiamo trentacinquemila morti cui nessuno, finora, ha neppure pensato di dedicare una Giornata simbolica alla memoria. Perché questo si vuole: perdere pure la memoria, dimenticare e basta. Così va tutto bene.

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