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È deflagrata in questi giorni l’ennesima vicenda che investe le relazioni (pericolose) tra politica e magistratura. Oggetto, la condanna confermata in Cassazione di Silvio Berlusconi

Il difficile equilibrio tra i poteri dello stato

È deflagrata in questi giorni l’ennesima vicenda che investe le relazioni (pericolose) tra politica e magistratura. Oggetto, la condanna confermata in Cassazione di Silvio Berlusconi, all’epoca capo indiscusso della maggiore forza politica del Paese, che a detta di uno dei componenti del collegio giudicante fu costruita a priori e voluta da una non meglio precisata manina.

Il caso giudiziario si sottrae ad ogni valutazione ex post, essendo la sentenza divenuta definitiva nel 2013. Emergono, tuttavia, opacità che rafforzano le convinzioni dei nemici di una certa magistratura politicizzata. Una magistratura che si affiancherebbe all’opera della politica – non sappiamo se autonomamente o in maniera coordinata – determinando (o contribuendo a determinare) le sorti di leader e di forze politiche.

Possibile – e opportuno – quindi valutarne le conseguenze per il quadro politico (di allora) e cercare di collocarlo in una più ampia fenomenologia. Occorre, insomma, andar al di là del caso specifico anche perché tale anomalo conformarsi dei rapporti tra poteri dello Stato – seppur con accenti assai variegati – è risalente e non sembra conoscere sosta. Da Mani pulite (per citare il caso più eclatante della seconda metà del secolo scorso, che sancì la fine della cd. prima Repubblica) alle recenti vicende giudiziarie che hanno coinvolto Matteo Salvini quando era ministro degli Interni. Da Bettino Craxi a Matteo Renzi. Un caleidoscopio di casi che hanno fatto parlare di Repubblica giudiziaria.

Beninteso pubblici ministeri e giudici hanno il dovere, rispettivamente, di indagare su comportamenti potenzialmente illeciti penalmente e di decidere nei relativi processi. E senza alcuna distinzione tra imputati “comuni” e imputati “eccellenti”. Emerge, tuttavia, in alcuni casi una funzione ancillare di inchieste giudiziarie (che stanno magari muovendo i primi passi) rispetto all’azione di forze politiche tese a smantellare lo status quo. Con il rischio che l’eventuale responsabilità penale, di carattere individuale, funga da detonatore per il sovvertimento di assetti di potere che dalla prima dovrebbero – secondo i fondamentali dello Stato di diritto – prescindere.

Certo, difficile è determinare il peso effettivo che vicende come quella adesso rispolverata – e ci si dovrebbe chiedere come mai solo ora, a sette anni di distanza dai fatti, riemerga all’improvviso, sottraendosi all’oblio – così come improbo è dimostrare l’esistenza di una sorta di pactum sceleris tra (certa) politica e (certa) magistratura. Esistono una serie di concause – rispetto alle quali è assai arduo effettuare una prova di resistenza – che rendono vana la risposta alla domanda “cosa sarebbe successo se non?”. Ma non è questo il punto.

Occorre cercare di capire l’origine di tali deviazioni e le condizioni che le rendono possibili.
Occorre comprendere il peso – da molti sottovalutato – che tali situazioni possono esercitare sulle dinamiche della vita democratica.

E questo non certo con l’intento di delegittimare la magistratura ma, al contrario, di farle recuperare quella credibilità oggi sempre più in declino – un’incredibile nemesi rispetto ai fasti degli anni Novanta del secolo scorso – per via di vicende sconcertanti come quella del caso Palamara. Altrimenti si corre il rischio di mettere a repentaglio la democrazia, modello di gestione dello Stato fondato su di un sistema di pesi e contrappesi tra gli organi costituzionali o aventi rilievo costituzionale. Si tratta insomma (anche) di ridare lustro al terzo potere dello Stato che, attraversando una parabola la cui acme è stata raggiunta ai tempi di Tangentopoli, è sprofondato oggi ai livelli minimi di reputazione a far data dall’Unità d’Italia. Contrastando lo scivolamento verso un pericoloso squilibrio tra poteri dello Stato.

Una magistratura ideologicamente orientata emerge negli anni Settanta del secolo scorso. Si tratta, tuttavia, di fenomeno affatto paragonabile a quello qui analizzato. I cd. pretori d’assalto, difatti, si propongono di dare tutela a diritti non riconosciuti dalla legge grazie all’interpretazione, talora estremizzata, delle norme vigenti. Sopperendo così alle inerzie e alle resistenze del legislatore. In qualche modo sostituendosi a questo, costringendolo magari a correre ai ripari. Emerge tuttavia – pur nella diversità del fenomeno – un elemento significativo per inquadrare le odierne distorsioni.
Ogni vuoto è destinato ad essere colmato, perché «la natura rifugge il vuoto» (Aristotele).

Trasponendo l’affermazione dal mondo della filosofia e della fisica a quello delle istituzioni, ci si accorge come i periodi di predominio della magistratura coincidono con quelli di una politica debole (e delegittimata). La prima Repubblica probabilmente sarebbe finita egualmente, la magistratura ne ha in qualche modo certificato la scomparsa o magari ne ha accelerato l’estinzione. Le indagini – talora aggressive – del pool milanese si innestarono in uno stato di profonda insoddisfazione dell’opinione pubblica di fronte ad un potere politico sclerotizzato.

Il vero problema, dunque, è quello di garantire l’operatività di quel sistema di pesi e contrappesi senza del quale la democrazia diventa solo una parvenza di democrazia, le cui sorti sono affidate al potere “vincente” di turno. Una “dittatura” a rotazione, con tutti gli altri poteri a fare da sfondo in attesa di assurgere al ruolo di protagonisti. Mentre i cittadini stanno a guardare.

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