Giovedì 18 Agosto 2022 | 08:50

In Puglia e Basilicata

L'analisi

La guerra non è finita, il virus colpisce a tradimento

Coronavirus

Ora c’è la voglia e la necessità di rimboccarsi le maniche e di ricominciare: è l’ormai famosa «Fase-2» che dovrebbe permettere al Belpaese di ripartire. Ancora una volta, però, l’economia sembra voler forzare la mano alla politica e alla scienza

18 Aprile 2020

Michele Partipilo

«Generale la guerra è finita, il nemico è scappato, è vinto, è battuto. Dietro la collina non c'è più nessuno». Canta così Francesco De Gregori in uno dei suoi vecchi e più conosciuti successi. Le guerre, lunghe o brevi che siano, a un certo punto finiscono. E allora si ricomincia, con impegno, con energia, con la voglia di ricostruire quel che è stato distrutto. Accadde così anche per gli italiani: al 1945 seguirono gli anni del boom economico.

L’emergenza Coronavirus è stata da molti paragonata a una guerra, se non altro per le migliaia di persone inermi uccise e per il disastro economico. Ora c’è la voglia e la necessità di rimboccarsi le maniche e di ricominciare: è l’ormai famosa «Fase-2» che dovrebbe permettere al Belpaese di ripartire. Ancora una volta, però, l’economia sembra voler forzare la mano alla politica e alla scienza.

Al contrario di qualsiasi guerra, qui il nemico non è vinto né battuto, ma come un cecchino si nasconde nella nostra vita quotidiana, pronto a colpire senza pietà. Questa presenza, fino a che non ci sarà un vaccino, non può essere sottovalutata, altrimenti la «guerra» riprenderà più mortifera di prima.

«Pedro, adelante con juicio», fa dire Manzoni – uno che di epidemie se ne intendeva – dal Gran cancelliere Ferrer al suo cocchiere.

È comprensibile l’orgoglio industriale ferito delle regioni del Nord, ma non si può rischiare di infettare di nuovo tutto il Paese. La Lombardia, l’area più ricca d’Europa e con la migliore sanità, preme per le riaperture, ma ancora ieri contava oltre mille nuovi contagi e 243 morti. Un sacrificio di sangue di fronte al quale non si può non riflettere, al di là delle motivazioni economiche e politiche. Prima della Regione c’è la ragione.

Riaprire le aziende comporta molti effetti. Se è vero che si possono distanziare i dipendenti al lavoro, dotarli delle protezioni necessarie, ridurre il numero delle presenze contemporanee giostrando sui turni, è altrettante vero che significa anche rimettere in moto un movimento di persone oggi fermo. Chi dovrà andare in fabbrica di quanti bus e treni in più avrà bisogno per mantenere la distanza sociale? Bisognerà entrare e uscire a determinate ore: quanti assembramenti ci saranno? E nelle zone industriali, dove si concentrerà il traffico, come ci si dovrà regolare?

Si fantastica sulla ripresa del turismo, settore di punta dell’economia pugliese, ma per il quale – è bene essere realisti – ripartire sarà più difficile, per la semplice ragione che il virus predilige le condizioni di mobilità, cioè l’essenza stessa del turismo. Si sono immaginati lidi con sdraio e ombrelloni a distanza di sicurezza, benissimo. Piccolo interrogativo: nelle piscine le acque vengono addizionate con cloro per combattere una serie di virus, se un soggetto inconsapevolmente positivo fa il bagno in mare, chi sta nell’acqua accanto a lui si infetta? La scienza è già in grado di rispondere a questa domanda?
E le spiagge libere? Resteranno tali o saranno vietate, dato che è impossibile controllarle davvero? Giusto per fare un esempio: a ogni temporale la spiaggia di Pane e Pomodoro a Bari viene chiusa alla balneazione per qualche giorno, per via del riversamento in mare della fogna. L’esperienza ha dimostrato che nonostante la presenza di divieti, cartelli, transenne e vigili urbani c’è sempre chi il bagno lo fa ugualmente. Ed è una spiaggia di poche centinaia di metri sotto gli occhi di tutti. La sola Puglia conta – croce e delizia – oltre 1.000 chilometri di costa: come si potrà attuare un efficace controllo? Né è immaginabile pensare a bagnanti in bikini e mascherine. A proposito, qualcuno si è reso conto di che cosa significa girare con la mascherina con i 32-35 gradi della nostra estate?

In questa situazione diventa obbligatorio sfruttare finché si può il cosiddetto smart working, cioè il lavoro da casa per via telematica, al quale ci siamo dovuti in fretta e furia adeguare. Ma non si può continuare sull’onda dell’emergenza, anche questa forma di lavoro andrà regolamentata, andrà chiarito su chi debbano ricadere i costi di energia e connessioni. Oggi in molti lavorano da casa utilizzando i propri computer, la propria linea telefonica e la propria energia elettrica: sono costi di produzione che devono restare a carico dei dipendenti? Senza contare che la Pubblica amministrazione è largamente impreparata a compiere un salto che pure, in via teorica, potrebbe fare. La nostra burocrazia è ferma al motto medievale degli atti: bulla, signa et sigilla (documento, firme e timbri).

La «Fase-2» va pensata con attenzione e intelligenza per trasformarla da un’occasione di ripartenza a un’opportunità di rilancio del Paese. L’errore capitale da evitare è pensare che la guerra contro il virus sia finita. Non è così e non lo sarà ancora a lungo. La guerra si è trasformata in guerriglia e il nemico non sta più dietro la collina, ma si annida nelle nostre strade. Occhio, perché la sua specialità è colpire a tradimento.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Carica altre news...

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725