Martedì 02 Giugno 2020 | 14:06

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Dalla penuria di mascherine ai futuri rischi del post-virus

Succede che le nostre dogane vietino di fare entrare le mascherine dall’estero se non al termine di estenuanti e letali tempi burocratici

Taranto, quattromila mascherine donata da un negozio di cinesi al Comune

Roba da non crederci. Il sistema sanitario italiano non è da buttare, anzi, visto che il modello americano è sùbito precipitato nel panico di fronte all’avanzata del coronavirus. Eppure la sanità made in Italy è andata in tilt non per chissà quali errori, o per chissà quali sofisticate mega-apparecchiature negate, ma per la penuria di mascherine. Un problema che in un Paese normale si sarebbe risolto in pochi giorni e che invece in un Paese anarchico e ingovernabile come l’Italia è all’origine dei numeri record di morti tra pazienti e medici. E né si vede all’orizzonte un raggio di luce in merito, visto che, come dimostra il caso Puglia, le mascherine ormai sono più introvabili delle ciliegie in inverno.

Un Paese normale, in uno stato d’eccezione come quello in corso, farebbe il diavolo a quattro per rendere possibile l’utilizzo di 90 milioni di mascherine al mese, tante ne servirebbero secondo i calcoli del commissario alla Protezione Civile, Angelo Borrelli. Invece, che succede? Succede che le nostre dogane vietino di fare entrare le mascherine dall’estero se non al termine di estenuanti e letali tempi burocratici, e che chi corre ai ripari confezionando mascherine senza timbro e senza bollino lo stia facendo a suo rischio e pericolo (giudiziario). Maledetti timbri, tuonerebbe Ennio Flaiano (1910-1972).
Insomma. Neppure la pandemia riesce a sconfiggere il male chiaro (altro che male oscuro), ossia la mentalità burocratica di cui soffre l’intera società italiana, non solo la classe politica. Tanto che chi si scandalizza per gli eccessi delle torture procedurali, viene anche adesso, con il Paese alle corde, guardato con sospetto, quasi fosse un incallito sovversivo da mettere in quarantena come uno appena contagiato dal morbo cinese.
Ma la divietocrazia dilaga più del virus, anche laddove sarebbe auspicabile una strategia opposta. Tutti concordano sul fatto che siano indispensabili nuovi moderni ospedali.

Invece, cosa fa il decreto del governo? Stoppa la costruzione, già in corso, dei nuovi centri di cura, anziché spingere per la realizzazione di altri più tecnologici siti sanitari. C’è una logica in questa decisione che, ad esempio, blocca il cantiere per il nuovo ospedale tra Monopoli e Fasano? C’è una logica, tanto per cambiare zona, nell’autorizzare, in questi giorni, la produzione nell’ex Ilva, ma non per fini commerciali? E perché non per fini commerciali? Perché darsi la zappa sui piedi? Tanto valeva, allora, chiudere con la forza tutto il siderurgico.
Fini commerciali da contenere? Ma già il barone di Montesquieu (1689-1755) dimostrava che «l’effetto naturale del commercio è quello di portare alla pace», oltre che quello di assicurare vera libertà perché il commercio sottrae le persone, i consumatori, al monopolio, alla volontà unilaterale della proprietà terriera. Invece, noi che facciamo? Demonizziamo, ostacoliamo i «fini commerciali», ossia la circolazione delle merci e del denaro (ovviamente «sterco del demonio»). Ma lo sanno, questi signori smaniosi di ostacolare il commercio, che, di divieto in divieto, nelle filiere produttive e commerciali, a breve anche la farina potrebbe risultare più introvabile di una mascherina chirurgica? Lo sanno che solo il commercio rappresenta l’antidoto più efficace contro il pericolo di una carestia, storicamente legato alle epidemie?

E non è finita. A questa pericolosa sottovalutazione delle conseguenze provocate da decisioni controverse si aggiunge la confusione generata dalla moltiplicazione, dalla proliferazione incontrollata delle fonti normative. Ogni realtà territoriale vede se stessa addirittura come un’ininterrotta, un’inesauribile sorgente del diritto. Un’autoconvinzione che porta molti Comuni a sovvertire le disposizioni nazionali, per giunta ottenendo spesso la benedizione da parte dei tribunali amministrativi. Nel segno dell’emergenza ogni signorotto o sovranotto locale si ritiene in diritto di fare ciò che vuole, anche quando, come è avvenuto con le ordinanze di chiusura delle edicole nei giorni festivi, i decreti governativi stabiliscono l’inefficacia di provvedimenti territoriali di diverso tenore.
Questo impazzimento generale è, nello stesso tempo, causa ed effetto del coacervo normativo in atto. Sicché all’ossessivo positivismo giuridico, che spinge centro e periferia a rincorrersi sul terreno della normazione su ogni nuovo problema insorto, corrisponde una pervasiva anarchia giuridica, che rischia di bruciare anche l’ultimo brandello di certezza del diritto.
Un atteggiamento che si riscontra pure in Europa, dove minacciamo di poter fare da soli, in barba a regole e accordi vari. Anche in questo caso è la logica, che pure dovrebbe ispirare la fabbrica del diritto, a brillare per la propria assenza. Sappiamo benissimo che la situazione è drammaticamente eccezionale e che, come ha ricordato Mario Draghi, bisognerà ottenere strategie economiche differenti rispetto al passato. Ma qualunque strumento di soccorso, di solidarietà, verrà utilizzato, esso dovrà per forza prevedere una pur minima condizionalità (altrimenti sarebbe il caos, l’irresponsabilità totale), pena l’addio a ogni sogno di bilancio comunitario autonomo. Fino a pochi giorni addietro l’Italia esaltava la funzione del Mes (Meccanismo europeo di stabilità), non vedendo l’ora di potersi giovare della di lui (decantata) potenza di fuoco. Oggi il Mes viene descritto manco fosse l’inferno in terra. Ma senza il Mes, senza il Fondo salva-Stati, all’Italia verrebbe precluso anche l’intervento della Bce nel ruolo di acquirente dei titoli di Stato. A meno che, a furia di mitragliate contro Bruxelles, il partito trasversale (non solo Salvini) ostile all’Europa non voglia spianare la strada per la fuoriuscita italiana dall’Unione e dall’euro.

Ma uscire dall’Europa significa entrare dritti dritti in Sudamerica, significa avviarsi di gran carriera verso scenari da brivido, tipo Argentina e Venezuela. Significa creare le premesse per soluzioni autocratiche, fascistoidi, sicuramente in contrasto con le tradizioni democratiche dell’Occidente. Significa dover fare i conti con il ritorno dell’inflazione, che è la tassa più odiosa, soprattutto per i ceti popolari.
Vogliamo tutto questo? Il virus ha già provocato disastri a non finire. Cerchiamo almeno di scongiurare i disastri post-virus che già si stagliano all’orizzonte.

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