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La cicatrice più grande resterà sull’economia

Economia: nel 2019-2023 Potenza crescita zero

La percezione che si è generata all’estero è quella di un intero Paese contagiato, nel quale si è fermato tutto o quasi tutto. Sappiamo che non è così.

02 Marzo 2020

Francesco Giorgino

Sono tre i fronti su cui il governo, d’intesa con le opposizioni, deve lavorare per provare a contenere gli effetti economici del contagio da coronavirus. Il primo: aiuti concreti da destinare alle zone focolaio, costrette da giorni all’isolamento e allo stop delle attività produttive. Il secondo: elaborazione di un piano nazionale per affrontare in modo sistematico e senza alcuna tentazione di propaganda le conseguenze dirette e indirette di questa emergenza sull’intera economia del Paese, mettendo in campo interventi concreti anche in quelle regioni che ad oggi sono fuori dall’emergenza, ma che stanno già registrando segnali preoccupanti dal punto di vista produttivo.

Il terzo fronte: chiedere ed ottenere flessibilità da parte dell’Europa per poter avere più agilità di manovra, sperando che essa non si giri dall’altra parte o che non si rifugi dietro l’algido linguaggio burocratico per negare quanto ci spetta. Ma procediamo con ordine.
Sul primo punto, il più facile e anche il più scontato visto che tutto sommato siamo sul piano dell’ordinaria amministrazione, le misure varate finora dal governo, peraltro con la formula “salvo intese”, sono finalizzate alla sospensione dei mutui e degli adempimenti fiscali e contributivi, alla cassa integrazione per i lavoratori dipendenti e all’erogazione di un aiuto alle partite Iva quantificato in circa mille e cinquecento euro, oltre che ad iniziative a sostegno dell’export e per incrementare i fondi di garanzia per le imprese. Il Mef ha stanziato novecento milioni per questo primo intervento, che secondo molti economisti se da un lato rappresenta una soluzione obbligata, dall’altro non è capace di generare risorse aggiuntive. I problemi più grandi, infatti, nascono quando si considera il secondo fronte, quello cioè relativo ai provvedimenti da adottare per affrontare una crisi resa ancor più grave dal già precario quadro macro economico italiano. Quadro che ad essere prudenti definiamo di stagnazione, anche se ha già dato segnali chiari in senso recessivo: nell’ultimo trimestre del 2019 il Pil è già calato dello 0,3%; dello 0,2% nei primi giorni del 2020. Attenzione, però, perché c’è chi stima una perdita di parecchio superiore per l’anno in corso.

Quadro che deve registrare, altresì, un vero crollo della Borsa nell’arco di una sola settimana e la risalita dello spread di circa quaranta punti. È necessario ricordare che il coronavirus è dal punto di vista economico uno shock nell’offerta dei beni, che nell’era della globalizzazione vengono prodotti in più aree geografiche e da parte di più imprese. Ma è anche uno shock nella domanda di accesso ai servizi, a maggior ragione se la paura, cioè la consapevolezza dei molti rischi e pericoli, si evolve in panico diffuso, che è paralisi della razionalità in conseguenza dell’alto condizionamento emozionale. Il ministro Gualtieri ha annunciato un pacchetto di risorse aggiuntive e straordinarie del valore di 3,6 miliardi, pari allo 0,2% del Pil. Per il momento si tratta solo di un annuncio, visto che il pacchetto non è ancora stato riempito di contenuti specifici. Occorre attendere il decreto nella sua stesura definitiva. Non è ancora chiaro, oltretutto, se questo stanziamento riuscirà a contrastare la prospettiva di crescita di quelle cifre che già evidenziano il tracollo in atto in molti settori strategici del made in Italy: il turismo, l’agro-alimentare, il fashion e il luxury, l’automotive, la logistica, i trasporti. Il governo finanzierà questa spesa con il ricorso alla logica degli stanziamenti per motivi eccezionali, naturalmente dopo essere stato autorizzato dal Parlamento ad ampliare il deficit. Nell’arco di quarantott’ore partirà una richiesta formale in tal senso.
L’atteggiamento dell’Europa resta un incognita. Basti pensare che l’Eurogruppo si riunirà soltanto il 16 marzo, cioè tra due settimane. Non è detto, oltretutto, che cadano o che si attenuino quei tabù (a partire dal 3% del deficit pubblico) che finora hanno costituito un freno alla crescita dei Paesi membri più a rischio. Essendo alle prese con una situazione emergenziale, va ricordato che al fine di avviare un piano straordinario di investimenti possono essere reperite risorse anche attingendo all’apposito fondo creato da Junker. Resta sospesa la valutazione del ruolo che in questa fase possono svolgere le banche centrali, le quali si stanno limitando al solo monitoraggio degli effetti economici dell’epidemia. E’ utile far intervenire la politica monetaria solo in un secondo momento? A giudizio di chi scrive non solo non è utile, ma può essere anche dannoso.

Quanto allo specifico dell’Italia, non sfuggono le difficoltà dovute al fatto che ci sono materie, come nel caso della salute, che vanno affrontate in base al principio della competenza legislativa concorrente tra Stato e Regioni, così come sancito dall’articolo 117 della Costituzione. Serve contestualmente rispetto degli enti locali e chiarezza d’indirizzo. Occorre generare in tutti gli attori sociali il convincimento che la strada intrapresa, ovvero il primato del diritto alla salute sul resto e la proporzionalità delle misure in base all’evoluzione del quadro epidemiologico, sia quella più giusta. Come dimostra l’infodemia e, cioè, il sovraccarico di informazioni anche non verificabili e la contraddittorietà delle opinioni di matrice scientifica dovute alla non piena conoscenza del virus, viviamo in un contesto socio-culturale in cui la percezione della realtà vale più della realtà stessa. La percezione che si è generata all’estero è quella di un intero Paese contagiato, nel quale si è fermato tutto o quasi tutto. Sappiamo che non è così. La percezione, a maggior ragione nell’era dei social network e della platform society, dipende dalla rappresentazione, che a sua volta è condizionata dalla quantità e dalla qualità di contenuti prodotti dal flusso della comunicazione di massa, della comunicazione istituzionale e di quella d’impresa. A livello sia nazionale sia territoriale. Un esempio: della Cina resteranno sì i fotogrammi del contagio e delle vittime, ma anche quelli relativi alla capacità di questo Paese di costruire due ospedali da dieci mila persone in soli dieci giorni. Di contro, che immagine stiamo dando noi italiani? Procedere per tentativi e per prove può rivelarsi fatale. Serve una grande operazione di recupero della fiducia nel “Sistema Italia”. Operazione che deve poggiare sul senso di comunità: europea, nazionale, locale. Sempre che siamo tutti in grado di recuperare il valore della visione strategica. Valore sottovalutato da troppi e troppo spesso.

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