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Si spezzerà la corda del governo? Chissà. L’unica cosa certa è che non abortirà la legislatura. Uno perché, in caso di elezioni anticipate, il grosso dell’attuale rappresentanza parlamentare difficilmente ritornerebbe in Aula. Due, perché l’odierna maggioranza di governo non vuole perdere l’occasione di essere lei a designare, tra due anni, il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. E dal momento che la presidenza della Repubblica rimane, anzi lo diventa sempre più, l’istituzione-chiave del Paese, nessuno vorrà precludersi la possibilità di incidere nell’indicazione del futuro Capo dello Stato.
Il professor Giuliano Amato, già premier, definisce «poteri a fisarmonica» le prerogative dell’inquilino del Colle. In sintesi: sono poteri più estesi nei momenti di crisi o di turbolenze governative, sono poteri più contenuti nei periodi di bonaccia politica.

Avoler forzare il concetto, si potrebbe persino teorizzare che l’Italia è una Repubblica parlamentare nelle fasi ordinarie della vita politica, ma diventa una Repubblica presidenziale nelle fasi straordinarie, caratterizzate da crisi e da conflittualità prolungate. Di conseguenza, l’elezione del Capo dello Stato rappresenta l’atto costituzionale più importante e la scelta politica più rilevante che Camera e Senato possano compiere nel corso del loro mandato. Per certi versi la flessibilità dell’istituto presidenziale quirinalizio si traduce nella più protettiva polizza assicurativa a beneficio di un sistema politico debole di suo.
Ma torniamo alla cronaca di questi giorni, anzi di queste ore. Da quando non è più il Mattatore-Rottamatore tra i palazzi capitolini, Matteo Renzi non vede l’ora di recuperare il terreno perduto. Come? Riguadagnando innanzitutto visibilità, parola magica e passepartout nell’era della politica intesa e praticata come quintessenza della comunicazione . E come si fa a garantirsi più visibilità se non - avrebbe detto il compagno Mao Zedong (1893-1976) - sparando sul quartiere generale, e senza risparmiare nelle munizioni del fuoco amico?
L’obiettivo di Renzi è chiaro: far fuori Conte e sostituirlo con Mario Draghi (ex presidente della Bce) o Roberto Gualtieri (ministro dell’economia). L’operazione rilancerebbe le quotazioni e le ambizioni di «Italia viva», il cui obiettivo è presidiare il centro facendo da calamita anche per i moderati del centrodestra spaventati dall’avanzata di Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Ma anche gli anti-renziani, a cominciare dal presidente del Consiglio, non stanno con le mani in mano. I più loquaci tra loro non fanno mistero di volersi liberare dell’ex golden boy fiorentino progettando di sostituirlo con una pattuglia di «responsabili» vari provenienti dal centrodestra, dal gruppo misto e dagli stessi ranghi di «Italia viva». A sua volta Renzi ribatte che anche la sua creatura potrebbe attrarre i delusi («controresponsabili») della maggioranza giallorosa, sventando sul nascere la de-renzizzazione del governo. Sembra una partita tra pokeristi incalliti, tutti convinti di poter smascherare il bluff dell’avversario, costringendolo ad abbandonare il tavolo da gioco.
In passato, chi, in una coalizione di governo, si trovava ad esercitare un potere contrattuale smisurato, poteva chiedere la luna, nutrendo buone chance di essere accontentato. Il socialista Bettino Craxi (1934-2000) è stato il re della materia, tanto da ironizzarci sopra, firmandosi come Ghino di Tacco (brigante vissuto fino al 1303), rinomato taglieggiatore di viandanti e pellegrini sulla tratta Roma-Firenze; e tanto da pretendere e ottenere la presidenza del Consiglio pur avendo raggranellato, nel 1983, un terzo dei voti della Dc, partito di maggioranza relativa.

Ma stavolta è diverso. Uno, perché i partiti attuali sono più liquidi della società descritta dal sociologo polacco Zygmunt Bauman (1925-2017), il che significa che parecchi deputati e senatori sarebbero disposti ad accasarsi addirittura con Crudelia Demon pur di non rinunciare a una fetta di potere: di conseguenza, la minaccia (renziana) di lasciare un’alleanza al termine dei ripetuti aut aut, sarebbe destinata a produrre lo stesso effetto intimidatorio di una pistola ad acqua. Due, perché la prospettiva del voto anticipato e del probabile generalizzato prepensionamento dall’attività parlamentare potrebbe indurre anche i più insospettabili frequentatori di quadriglie e trasformismi vari a soccorrere chiunque pur di rianimare una legislatura moribonda.

E quando il sentimento collettivo prevalente evolve verso questo scenario, se non siamo al si-salvi-chi-può poco ci manca. La qualcosa contribuisce a indebolire l’azione di chi alza quotidianamente la posta con la certezza di essere il più indispensabile nel cammino della carovana governativa.
E comunque. Lo spettacolo del tutti contro tutti, seguito dall’esibizione di acrobati e contorsionisti sempre più numerosi, non giova all’immagine complessiva del Belpaese, già condannato a una governabilità a rate, per non dire a un’ingovernabilità a tempo indeterminato.
Ma questo aspetto viene considerato poco o punto dagli attori protagonisti sul set. L’istinto di conservazione porta peones e pezzi grossi ad assecondare i giochi più strani e le trame più sconvolgenti pur di non allontanarsi dalla scena che conta.
Per fortuna al Quirinale dimora un garante imparziale che meriterebbe la riconferma. Altrimenti chissà dove sarebbe approdata questa crisi-non-crisi, condizionata dai continui rilanci per scoprire se l’avversario ha in mano un poker d’assi, un misero tris, o neanche una doppia coppia.

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