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A ogni giro di valzer elettorale che si rispetti, rispunta la fatidica parità di genere

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A ogni giro di valzer elettorale che si rispetti, rispunta la fatidica parità di genere. È toccato ai governi precedenti (quello Vendola) ed ora tocca alla legislatura che sta per finire occuparsi del tema. Sempre annunciato, declamato, ambito da tutti i partiti in maniera trasversale, salvo – alla conta della votazione rigorosamente segreta nell'assise regionale – puntualmente affossato. Probabile che accada anche questa volta, visto che – e non è certo un caso – il dibattito sulla parità uomo/donna nelle liste dei candidati e nelle istituzioni poi elette inizia sempre alla fine della legislatura. Di più, comincia quando i partiti hanno già messo in piedi, dopo estenuanti trattative, le liste dei possibili candidati alla Regione.

Sta accadendo anche questa volta e la responsabilità di questo ritardo non va certo attribuita alla presidente della Commissione sulla parità, Del Giudice, la quale coraggiosamente batte i pugni da mesi per convincere i recalcitranti gruppi consiliari che questa parità s'ha da fare. A parole sono tutti d'accordo, eppure l'apposita proposta di legge (firmata da Articolo Uno) è stata messa in questa legislatura solo (!) 11 volte all'ordine del giorno della settima commissione. Segno che, se non si lascia spazio ad altre trattative, anche a questo giro rischia di rimanere nei cassetti (assai impolverati) in buona compagnia delle pdl presentate sullo stesso tema nelle precedenti legislature. Quali trattative? E' presto detto.

Nei giorni scorsi alcuni consiglieri vicini al presidente Emiliano hanno lanciato l'ipotesi di adeguare la Puglia alle legislazioni di altre Regioni, dove il consigliere eletto che viene nominato assessore lascia lo scranno del “parlamentino” per far posto al primo dei non eletti nella sua lista. Un giochino, subito stoppato dal governatore, che dovrebbe servire a dare maggiore agibilità al presidente della giunta nella selezione dei suoi assessori ma, soprattutto, a fare spazio ai consiglieri regionali di maggioranza risultati non eletti. In pratica, in un sol colpo, a realizzare da un lato una maggioranza “bulgara” allargando i numeri dei seggi venuti fuori dalle urne, e dall'altro ad accontentare i primi “naufraghi” delle prossime, imminenti elezioni regionali, rimasti a bocca asciutta. Il tentativo, subito messo sotto il tappeto dal governatore, torna ora alla luce in abbinata alla questione parità di genere. Della serie: “volete l'alternanza uomo/donna? Dateci i consiglieri in più”. La distanza tra le due questioni, però, è abissale e appare evidente la pretestuosità di chi, ora, vuole infilare a tutti i costi nel binario bi-partisan della parità di genere quello dell’altra mini-riforma.

Se, infatti, la questione parità pone solo un problema in più ai partiti, perennemente a caccia di “donne” in grado di tirare voti e farsi eleggere in una politica fatta prevalentemente da “uomini”, l'altra – quella dei consiglieri subentranti – pone un problema di costi (e come noto quelli della politica sono considerati una brutta bestia, visto che gli assessori che si «dimettono» dal ruolo di consiglieri qualcuno dovrà pur pagarli) e, soprattutto, di rispetto del suffragio espresso dagli elettori. Al netto degli “incidenti” inevitabili che pure la legge elettorale pone a chi si cimenta con le urne e, pur avendo preso più voti di altri, non risulta eletto in base alla quota proporzionale con cui vengono distribuiti i seggi tra i partiti e nei collegi elettorali (accade spesso), se ne creerebbe uno decisamente più grave: per quale motivo i primi dei non eletti della coalizione risultata vincente dovrebbero entrare in consiglio regionale, pur non votati a sufficienza dai pugliesi, perché si libera il “posto” lasciato loro da chi diventa assessore?

Semmai il legislatore (ovvero il consiglio regionale uscente) dovrebbe preoccuparsi di un altro “vulnus” lasciato intonso nello Statuto della Regione, modificato così proprio sull'onda della battaglia agli odiati costi della politica: per quale motivo il presidente della Regione non può scegliere più di due assessori “esterni” per comporre la propria Giunta? Non è, semmai, questa una limitazione dell'agibilità di governo e dell'azione legislativa che la maggioranza politica scelta dei pugliesi è chiamata a mettere in campo?
Insomma, se proprio si vogliono “allargare le file”, che lo si faccia per l'Esecutivo dando a chi è chiamato a governare la possibilità di avvalersi di tecnici, di esterni di alto profilo, ben oltre la risicata quota assegnatagli dalle norme regionali, piuttosto che avvitarsi ampliando la platea degli eletti facendo posto a chi eletto non è.

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