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Stati Uniti: l’epidemiologo Ian Lipkin, a capo del Centro per le infezioni e l’immunità della Columbia University, tra i più importanti al mondo, parla con i media e lo fa i videoconferenza. Infatti è costretto nella sua casa nello Stato di New York ad una quarantena di 14 giorni dopo essere rientrato dalla Cina.
Italia: il senatore Pierpaolo Sileri, chirurgo e sottosegretario alla Sanità era a bordo del volo che il 3 febbraio ha riportato gli italiani di Wuhan in patria. Su quell’aereo c’era anche il ricercatore di Luzzara che è successivamente risultato positivo al 2019-nCov. A Palazzo Madama colleghi e compagni di partito iniziano a evitarlo e inizia a girare un’ipotesi. «Se Sileri è stato in aereo con il paziente italiano che ha il coronavirus, come fa a non averlo anche lui?».

Sileri si difende: «A bordo dell’aereo sono state prese tutte le misure di sicurezza, per cui è difficile che io sia affetto dalla malattia». Stati Uniti-Italia, un confronto sconfortante tra serietà e ovvietà. Naturalmente gridare all’untore è inutile e pericoloso, ma non lo è prendere i più banali provvedimenti igienico-sanitari. E non fa niente se possono apparire impopolari o «poco» democratici. L’Italia, con il sistema sanitario che si ritrova difficilmente sarebbe in grado di tenere testa ad una pandemia come quella che sta colpendo la Cina. Quindi l’unica strada è la prevenzione, rigorosa, non farcita da buonismo e da stupide voci sempre pronte a ululare alla xenofobia e alla caccia allo straniero.
Beninteso, prendere a botte o insulti per strada un cittadino con gli occhi a mandorla è razzismo bieco e idiota. Pretendere che chi entra in contatto con gli ammalati sia tenuto sotto osservazione e, nel caso, anche in isolamento, è pratica medica giusta. Questo nel mondo civile forse, non in Italia, dove la serietà viene confusa con la semina dell’odio.


Il coronavirus tricolore prima ancora che un problema medico sembra essere una questione di fazione politica. Non a caso tace, probabilmente un po’ preoccupato, un po’ divertito, il mondo scientifico vero, quello che lontano da salotti televisivi, consulenze e conferenze, «zappa» in prima linea negli ospedali.
L’esempio più eclatante? I governatori del Nord hanno chiesto una sorta di quarantena per gli alunni - di qualsiasi nazionalità - a rischio infezione perchè reduci da un viaggio in Cina o a contatto con parenti e amici rientrati dalla zona di Wuhan. Apriti cielo, fulmini e saette sui fascisti 2.0, salvo rendersi conto che in realtà avevano scientificamente ragione e fare una retromarcia politically correct. Ovvero il ministero della Scuola s’è detto pronto a giustificare le assenze per questi bambini, ma all’italiana, su «base volontaria». Ottenendo un’unica certezza: la totale incertezza in cui sono lasciati presidi, docenti e famiglie.

Non siamo capaci nemmeno di imparare dagli errori altrui. In Cina prima che si mettesse in moto la più imponente macchina sanitaria ci fu l’allarme lanciato dal dottor Wenliang, poi morto della stessa malattia. Se fosse stato ascoltato, il contagio non si sarebbe diffuso in modo così veloce a Wuhan. Ma il giovane medico fu accusato di creare il panico. Solo che negli stati autoritari la diffusione delle informazioni è limitata e avviene per via gerarchica. Così nessuno, per paura di esserne ritenuto responsabile, passa le cattive notizie al grado superiore, anzi tende ad insabbiarle. Fino a che, come è avvenuto a Wuhan, l'enormità del problema rende impossibile nasconderlo. Allora si ricorre a drastiche misure d'emergenza. Ma i buoi sono già scappati. Dunque, non è assolutamente il tempo dell’improvvisazione. Non è il caso soprattutto di fare anche del coronavirus un tema di lotta politica.
La deve pensare così il team di ricerca tutto italiano dell’ospedale Spallanzani, che ci ha resi orgogliosi di poter dire che siamo stati i primi a isolarlo. Possiamo fidarci del lavoro di Maria Rosaria Capobianchi, Francesca Colavita e Concetta Castilletti. A maggior ragione dopo che hanno rifiutato di trasformarsi in starlette del «vogliamoci bene» sullo scivoloso palcoscenico di Sanremo.

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