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Le tasse crescono anche quando vengono ridotte (a parole). Se poi le tasse vengono rimodulate per fare cassa, per coprire spese e programmi assistenziali vari, la stangata è garantita.

fisco

E poi tutti invocano la crescita. La crescita? Già con il denaro a costo zero, i mega-investimenti non si vedono nemmeno con il binocolo e l’economia sta ferma come una locomotiva a vapore finita su un binario morto. Figuriamoci cosa accadrà quando risalirà la pressione fiscale. Sì, perché le tasse in Italia sono l’unica voce sempre in crescita. Le tasse crescono anche quando vengono ridotte (a parole). Se poi le tasse vengono rimodulate per fare cassa, per coprire spese e programmi assistenziali vari, la stangata è garantita. Soprattutto per il ceto medio (fatto passare da certa pubblicistica pauperistica come una congrega di approfittatori) e per quanti si ostinano a essere fedeli allo Stato, più che allo stesso talamo nuziale.

Ci risiamo, allora. Come possa un Paese sognare la ri-crescita economica rimettendo in preventivo una bella batosta per la classe più produttiva e, innanzitutto, per la parte più dinamica di questa fascia, rimane francamente un mistero. Ma, tant’è. Nonostante l’esperienza dimostri che, con l’argomento di colpire i (presunti) ricchi allo scopo di attenuare le disuguaglianze economiche, si ottiene l’effetto contrario, ecco, questa determinazione nel tosare la pecora che produce latte e lana, fino al punto da tramortirla senza pietà, è più praticata di una fede calcistica.
Infatti, nella nuova configurazione dell’Irpef si profila un ennesimo prelievo dalle tasche di chi paga davvero, soprattutto se questa tipologia umana rientra nella fascia superiore ai 55mila euro lordi. Eppure il 12% (redditi superiori a 55mila euro lordi) degli italiani paga il 58% delle tasse. L’1% dei contribuenti che guadagna più di 100mila euro lordi (52mila euro netti) paga quasi il 20% di tutta l’Irpef.

Ora. Anziché chiedersi come faccia metà della popolazione a non pagare le tasse e a vivere a carico dell’altra metà che le paga, e soprattutto della piccola minoranza che le paga tantissimo, lo Stato centrale (compreso l’ultimo governo) non trova di meglio che accanirsi contro coloro che sono in regola da sempre e che, soprattutto, consentono di pagare sanità e servizi pubblici a tutta la nazione, compresi, purtroppo, i milioni di furbi che si fanno passare per indigenti.
In un Paese normale dovrebbero essere ridotte le tasse di chi rispetta il patto fiscale, comprese le aliquote massime, sempre più vessatorie, dato che, fra l’altro, esse precludono i benefit più saccheggiati dalla razza predona: detrazioni, bonus scolastici, premi, regimi speciali, graduatorie di favore e via assistendo.
Invece, non solo non si riconosce e non si gratifica la lealtà fiscale di chi lavora per sé, per lo Stato e per tutti gli altri cittadini, ma addirittura nei confronti degli onesti, dei bravi e degli intraprendenti viene intensificata una persecuzione che ha dell’incredibile, perché, oltre modo, è assai diseducativa.

Se viene codificato, ogni giorno, che non conviene studiare e impegnarsi di più, tanto lo Stato tartasserà il merito e la voglia di fare come se fossero un privilegio feudale, allora a che serve sgobbare e produrre per crescere? Molto meglio limitarsi al minimo indispensabile o chiedere il soccorso pubblico, che prima o poi arriverà.

E ancora. L’evasore fiscale viene additato in continuazione come il nemico da combattere o da stanare aa ogni costo. Ma siamo davvero sicuri della sincerità di questi propositi? Se così fosse, se davvero le crociate contro gli infedeli del fisco fossero fondate su princìpi profondi, sentiti e condivisi, non si colpirebbero i contribuenti più operosi e più trasparenti. Invece, così operando (male) e così maltrattando i buoni, non si fa altro che offrire su un piatto d’argento, all’esercito dei cattivi, dei sommersi e degli ignoti (al fisco), la motivazione ad hoc per seguitare a rimanere nella clandestinità, nell’immoralità e nell’illegalità. Cosicché: da un lato si strilla contro gli evasori, dall’altro si agisce in loro favore, visto che l’esosità delle aliquote e dei prelievi costituisce la causa primaria della disubbidienza tributaria e contributiva di massa, che in Italia - va detto - oscilla tra una sorta di radicata obiezione di coscienza per ragioni di sopravvivenza lavorativa e una sorta di capillare astuzia volpina tesa a ingannare lo Stato e la comunità nazionale in nome dell’esclusivo interesse individuale. In fondo, più che Niccolò Machiavelli (1469-1527) è Francesco Guicciardini (1483-1540) colui che ha saputo meglio fotografare e rappresentare il cinismo, il menefreghismo assoluti che dimorano sulla Penisola.

Purtroppo il potere, statale e sub-statale, si confrerma il principale complice di questo andazzo generalizzato, che privilegia la rendita (spesso sinonimo di eredità) e penalizza il reddito (quasi sempre sinonimo di industriosità), contribuendo ad alimentare quel familismo amorale che non è solo una diapositiva delle aree meridionali, ma una cartolina dell’intero Stivale. In fondo cos’è la società signorile di massa splendidamente descritta da Luca Ricolfi nel suo ultimo saggio, se non la denominazione eufemistica del familismo amorale di massa, alimentato innanzitutto da una politica fiscale contraddittoria, perché punitiva e oppressiva verso gli onesti, i produttivi e i capaci, e, incredibilmente, premiante verso i disonesti, i pigri e gli incapaci?
Per chiudere. Un fisco ragionevole non è solo un’esigenza di giustizia e legalità. È anche o soprattutto una questione di eticità.

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