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Alla ricerca di un centro di gravità permanente

Il centro è cosa buona se serve a oliare gli ingranaggi della democrazia. Viceversa, per parafrasare un detto di Aldo Moro, il centro rischia di sfociare in mediazione oliata dal pubblico denaro

Alla ricerca di un centro di gravità permanente

Sarà perché la società del web tende a esaltare gli estremismi politici e verbali. Sarà perché la tv richiede un linguaggio basico e dirompente. Sarà perché gli stessi giornali si ritrovano a mutuare un lessico poco adatto alle sfumature e alla complessità dei problemi e, invece, assai incline alla semplificazione (banalizzazione) del discorso, sta di fatto che le fortune del centro politico, a detta dei più, tendono, o tenderebbero, ovunque, a declinare inesorabilmente, come le fortune di Valentino Rossi piegato dall’età.
E però, quando meno te lo aspetti, si verifica l’inatteso, vedi la sorprendente vittoria del giovanissimo candidato democratico centrista Pet Buttigieg (38 anni) alle primarie in Iowa. Sì, perché, colà, negli Usa, tutti davano per scontato il successo esclusivo del radicale Bernie Sanders.

Nessuno scommetteva più di tanto sul tavolo del riformista moderato Buttigieg. Morale della favola: la notizia dell’eutanasia del centro politico era leggermente esagerata. L’elettorato centrista non sarà più l’esercito sterminato di qualche lustro addietro, ma, di sicuro, non si è ridotto a plotoncino di testimonianza, buono solo a fare da tappezzeria nelle cerimonie ufficiali.
Se, contrariamente ai pronostici più facili, il centro politico non è più spirato in America, altrettanto forse si potrà dire del centro in altre aree del mondo, a cominciare dall’Europa e dall’Italia. La domanda di moderazione non sarà più massiccia come accadeva in passato, ma non è ancora svanita nel nulla, anche alla luce degli ultimi test elettorali. Ovviamente il ripescaggio del sistema elettorale proporzionale gioverà alla causa del centro, ma anche se, a sorpresa, dovesse reimporsi il modello maggioritario, la voglia di centro non sparirebbe dall’elenco delle aspirazioni politiche. Uno, perché il centro (pensiamo alla Dc) ha rappresentato la storia recente del Belpaese, e la storia, come la natura, non fa salti. Due, perché il centro, oltre a soddisfare le esigenze degli spiriti moderati (per vocazione ed estrazione), è congeniale ai calcoli di potere di chi ama poco o punto affrontare la penitenza all’opposizione. È vero che, da un pezzo, le alleanze, come certi amori cantati da Antonello Venditti, fanno dei giri immensi, a prescindere dalle contiguità ideologico-culturali delle forze in campo, ma lo stazionamento al centro consente una rendita di posizione più semplice da sfruttare.

Non sappiamo se sia questo l’obiettivo di Matteo Renzi: collocarsi al centro, vedere l’effetto che fa e decidere di volta in volta se allearsi con la sinistra o con la destra. Sappiamo solo che la formazione renziana è ancora troppo piccola per sognare ambiziosi progetti di tal guisa, anche se il potere di coalizione di cui dispone la squadra dell’ex Rottamatore è tutt’altro che platonico, dal momento che potrebbe sgambettare l’attuale maggioranza, creando le condizioni per l’inevitabile ritorno alle urne.

Purtroppo in Italia le collocazioni tra centro, destra e sinistra, sono più tattiche che strategiche. Ci si schiera e ci si definisce di centro, di destra o di sinistra, quasi sempre, in base ai vantaggi, alle contropartite del momento, il che contribuisce a rendere vieppiù liquida una società già liquida di suo. In ogni caso, va riconosciuto, il centro svolge un’ efficace opera di rammendo tra le fratture estreme. Nessuna nazione potrebbe sopravvivere a se stessa senza il lavoro di ricucitura svolto dai residenti in centro (politico), un’opera sovente sottovalutata da chi possiede una visione solo formale e didascalica dell’istituto democratico.
Il centro somiglia all’olio degli ingranaggi meccanici. Senza olio gli ingranaggi si inceppano, il che può succedere pure a una democrazia orfana del centro. Però il centro politico, diversamente dalla concorrenza di destra e sinistra, è foriero di un limite, anzi di un autolimite: i suoi generali tendono a sovrastare (sul piano numerico) i soldati semplici, la qualcosa provoca spaccature e lesioni varie, scissioni e vendette interne.
Il centro è anche l’Europa. Senza l’europeismo del centro, negli anni Cinquanta, l’Europa sarebbe rimasta «un’espressione geografica», per adoperare la micidiale definizione appioppata alla Penisola italiana dal cancelliere austriaco Klemens von Metternich (1773-1859).

Viva il centro, allora? Piano. Il centro è cosa buona se serve, come accennato, a oliare gli ingranaggi della democrazia. Viceversa, per parafrasare un detto di Aldo Moro (1916-1978), il centro rischia di sfociare in mediazione oliata dal pubblico denaro (se mira solo a occupare le posizioni migliori per le operazioni di potere). Il centro serve se è mediazione, non mediazionismo esasperato. Il centro serve se è flessibile sui dettagli, ma inflessibile sui princìpi.
Ecco. Se il centro si presenta così, non solo è utile, ma è anche il benvenuto. Altrimenti, meglio lasciar perdere. Per ora, il futuro del nuovo centro, in Italia, è tutto da scrivere.

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