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Ex Ilva, la sfiducia generale che pervade una città d’acciaio

Il clima che si respira attorno allo stabilimento siderurgico di Taranto è pesante anche perchè, dopo i soldi, si sta esaurendo anche la fiducia

Ilva

Lo stabilimento ex Ilva

Inutile girarci attorno. Il clima che si respira attorno allo stabilimento siderurgico di Taranto è pesante. Non solo per le emissioni di una fabbrica che attende da anni di essere allineata alle migliori pratiche concesse dalla tecnica e sagomata sulle dinamiche di un mercato che mal si concilia con le dimensioni e dunque le oggettive rigidità produttive dell'acciaieria più grande d'Europa. Ma perché, dopo i soldi, si sta esaurendo anche la fiducia. ArcelorMittal in un anno di gestione ha perso quasi un miliardo di euro, pur essendo la numero uno al mondo della produzione dell'acciaio.

Certo, non potevano essere rose e fiori perché c'erano gli investimenti da fare per realizzare il piano ambientale e bisognava ripristinare nel perimetro della fabbrica il fare padronale che si era smarrito negli anni di gestione commissariale. Invece, paradosso tra i paradossi, manager che di mestiere fanno l'acciaio da anni e anni hanno prodotto di meno e perso di più dei commissari straordinari nominati dal Governo (due avvocati e un commercialista), senza contare i quasi 3000 stipendi i meno da pagare. A smarrire per primi la fiducia sono stati proprio i Mittal che ad un anno dal loro insediamento in riva allo Jonio, hanno ritirato tutto il loro top management, mettendo le chiavi della fabbrica in mano a Lucia Morselli, che proprio a Mittal aveva conteso l'acquisto dell'Ilva, guidando la cordata concorrente. La Morselli appena insediata ha stretto i cordoni della borsa, mettendo alla fame delle ditte dell'indotto, azzerato l'attività di comunicazione e relazioni istituzionali, iniziato una guerra contro l'amministrazione straordinaria che chissà dove porterà e che comunque era poggiata su due pilastri (il venir meno delle tutele legali e l'imminente chiusura dell'altoforno 2 per mano giudiziaria), uno dei quali però venuto rumorosamente meno, e dunque il tutto appare ora assai traballante. A non avere fiducia sono gli operai, passati dai Riva ai commissari di Governo e poi a Mittal in un tourbillon di frenate e accelerate mai terminato e anzi ora aggravato dallo spettro degli esuberi, condito nel frattempo con un ricorso alla cassa integrazione che non è solo massiccio ma è oggettivamente contraddittorio (chiude l'acciaieria 1, anzi no, anzi chiuderà tra un po', il balletto degli ultimi giorni), all'insegna dell'indecisione a tutto. Da ieri sembrano non avere fiducia nemmeno le banche, dopo che – come risulta alla Gazzetta – un primario istituto di credito italiano ha respinto la richiesta di un imprenditore dell'appalto di avere una anticipazione su una fattura emessa a carico di ArcelorMittal. Sarà stato un caso (ma conoscendo , sicuramente è l'indice di una situazione che non può più vivere alla giornata, legata all'onda emozionale. La fabbrica viaggia da giorni al minimo tecnico, il responsabile del centro di ricerca pomposamente presentato alla stampa appena tre mesi fa è scomparso dall'organigramma aziendale e del centro si ricordano solo le belle slide e gli altisonanti proclami, il rapporto con la città è arrivato ai minimi termini, visto che non vengono ricevuti in fabbrica nemmeno i dirigenti di Confindustria.

Così non si va da nessuna parte. Bene fa il sindaco Melucci a stringere un patto con l'ex ministro Giovannini e la sua Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, a chiedere aiuto al commissario Ue Gentiloni e valutare un invito per Greta, la studentessa svedese simbolo per i suoi coetanei. Il caso Taranto merita prospettive di largo respiro, per riguadagnare la sfiducia smarrita, e risposte però immediate, in grado di spazzar via incertezza e smarrimento.

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