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Sanità senza pace. Medici da presidiare

Il mondo della sanità sta vivendo un periodo che definire difficile è davvero dire poco. Ora c’è anche il problema sicurezza degli operatori sanitari

medico, opsedale

Sanità senza pace. Non bastasse tutto il resto, ora c’è anche l’irruzione in sala operatoria dei familiari insoddisfatti di un paziente. Accade all’ospedale «Perrino» di Brindisi. Ma ormai, quotidianamente, l’elenco di medici o infermieri aggrediti verbalmente e fisicamente si aggiorna con nuovi episodi che lasciano frastornati.
È tutto il mondo della sanità che vive un periodo che definire difficile è davvero dire poco.

Ospedali inospitali, personale medico e paramedico ridotto all’osso, liste d’attesa senza fine, assistenza a volte più che precaria quando non insufficiente. Ma, rovescio della medaglia, c’è anche il problema sicurezza che attanaglia gli operatori della sanità. In un mondo impazzito fare il medico diventa pericoloso come stare in trincea. Quello delle guardie mediche è un problema più che sviscerato. I poveri sanitari, in piena notte, sono costretti, da soli, a fare visite a domicilio senza possibilità di aiuto nel caso si trovino di fronte un malintenzionato. E di casi drammatici purtroppo le cronache sono piene. Ma anche i pronto soccorso e i punti di primo intervento sono da tempo nel mirino. Pazienti che vogliono saltare la fila e parenti insoddisfatti delle cure ricevute dal loro congiunto pronti a saltare al collo dei camici bianchi per far valere le loro ragioni, vere o presunte che siano. Ora anche l’irruzione in sala operatoria, «sancta sanctorum», fino a ora inviolato.

È evidente che qualcosa non funziona. Nessuno pensa a una militarizzazione delle strutture sanitarie. Ma è necessario ripensare le metodologie sino ad ora in vigore (ammesso che ce ne siano), per garantire in futuro la sicurezza di chi dovrebbe solo occuparsi di assistere e curare e non dovrebbe invece temere di fare una brutta fine, come invece è più volte accaduto in passato, anche in Puglia. Gli sparuti presidi di sicurezza presenti in alcuni ospedali non bastano a garantire tranquillità agli operatori, come pure non è possibile mandare allo sbaraglio i medici in visite a domicilio a perfetti sconosciuti che possono riservare sgradevolissime sorprese.

La sicurezza dei medici va garantita attraverso strutture di controllo preventivo e, dove necessario, di accompagnamento del personale, come del resto, capita già in altri Paesi. Certo, questo comporta dei costi aggiuntivi per i servizi di sorveglianza e dissuasione che possano prevenire reazioni esagerate di pazienti «impazienti» e di parenti altrettanto «impazienti». Ma non è più possibile continuare con il bollettino di quotidiana follia che vede il personale sanitario costretto a barricarsi in qualche stanza per sfuggire alle botte di qualche scalmanato. Anche perché, non sempre, come per fortuna è accaduto questa volta a Brindisi, tutto si risolve solo in momenti di paura e angoscia. In quella sala operatoria c’era un paziente che tutto avrebbe potuto immaginare, tranne un «blitz» tra bisturi e tamponi. Questa volta non è finita in tragedia, ma episodi del genere non devono mai più accadere. La sanità va ripensata anche in questi aspetti. E i responsabili non devono continuare a far finta di niente in attesa del prossimo sciagurato episodio. Di frasi di circostanza e lacrime di coccodrillo «a posteriori» ne abbiamo sentite e viste già troppe. Occorre intervenire.

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