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Se i dati degli exit pool dovessero essere confermati, questa tornata elettorale si conclude con un sostanziale pareggio. La coalizione di destra-centro vince la Calabria, mentre in Emilia Romagna si afferma Stefano Bonaccini. Candidato quest’ultimo che, pur di contrastare l’assedio elettorale organizzato da Salvini, ha dovuto rinunciare all’uso del simbolo del suo partito, il Pd, puntando sulla carta del rappresentante della società civile e sulla strategia del voto disgiunto. Nelle prossime ore effettueremo in modo più dettagliato l’analisi comparativa dei voti attribuiti alle liste e quelli ai candidati, appunto Bonaccini e Bergonzoni rispettivamente per la coalizione di centro-sinistra e destra-centro, e Simone Benini per il Movimento Cinque Stelle. E ciò con l’intento di verificare in che misura il voto disgiunto abbia determinato o meno l’esito della consultazione emiliano romagnola.
Perché ha vinto Bonaccini? Ipotizziamo a caldo alcune spiegazioni seguendo una traiettoria analitica che guarda ad entrambi i fronti, l’un contro l’altro armati.

Punto primo. La polarizzazione salvinismo anti-salvinismo ha indotto gli elettori di sinistra, pur quando stanchi e delusi dal Pd, a votare a favore di Bonaccini per evitare che il leader della Lega con la sua vittoria creasse le condizioni per un radicale capovolgimento dello scenario politico italiano. E’ la stessa ragione che ha spinto il Pd ad allearsi con i pentastellati a livello nazionale: tutto è meglio dell’ipotesi del leader della Lega alla guida dell’esecutivo nazionale. Una dinamica, dunque, che può aver avuto un impatto anche in quella parte dell’elettorato grillino che preferisce un’alleanza stabile con i Dem, piuttosto che indugiare nella connotazione equidistante che ha portato alla formazione in Italia di un contesto tripolare.

Punto secondo. Bonaccini, proprio perché è riuscito a ritagliarsi una “brand immage” (si direbbe così nel linguaggio del marketing) non troppo vincolata alle logiche partitiche, ha saputo comunque intercettare almeno in parte quell’istanza di cambiamento che va sedimentosi da tempo all’interno della società italiana fino al punto di proporsi come vero e proprio frame politico. Non era un’operazione facile, visto che egli ha già amministrato questa regione per una intera legislatura e che quindi pagava in partenza il prezzo del “già visto”.

Punto terzo. Bonaccini ha goduto dell’appoggio delle Sardine, che possono essere considerate la novità di questa competizione elettorale, anche se il loro peso politico è difficilmente misurabile secondo metodologie quantitative, non essendo un simbolo presente tra le scelte che gli elettori sono stati chiamati a fare. Le Sardine hanno fatto dimenticare il crollo dell’affluenza di cinque anni quando si spezzò il legame tra la sinistra ed il proprio popolo.

Attenzione, però, perché Bonaccini ha vinto, ma Salvini non ha perso del tutto. E ciò per tre ragioni. La prima: La Lega ha registrato comunque un risultato significativo. Risultato che soltanto qualche mese fa era impensabile in un territorio considerato laboratorio (prima), modello (poi) del riformismo e che dal centro-sinistra è stato da sempre elevato a paradigma del buon governo. Il testa a testa in questa regione era già di per sé un indicatore emblematico di come il vento da quelle parti stava provando a cambiare. La seconda ragione: mettendoci la faccia, ancora una volta egli ha condizionato l’agenda della competizione, trasferendola gioco forza su un piano nazionale, ha assunto una posizione centrale nella sfera pubblica mediata, anche grazie ad un uso (talvolta spregiudicato) dei social network e ad una presenza costante e strategica all’interno dei media mainstream. Salvini ha presidiato la regione che fu amministrata da Bersani e da Errani in lungo ed in largo, replicando un modello che, sebbene ridicolizzato da taluni, ha ruotato intorno all’attivazione di un processo di identificazione con il territorio, con la sua popolazione, i suoi simboli, le sue realtà produttive. Persino con i suoi stereotipi. Attendiamo di conoscere il dettaglio dei voti e la loro distribuzione in base alla variabile territoriale (Emilia e Romagna, montagna e mare, città e centri più piccoli) ma è chiaro che il messaggio di Salvini comunque è stato considerato credibile anche da una parte di elettori che fino a poco fa votava a sinistra o che alle elezioni politiche aveva votato Cinque Stelle. In relazione a quest’ultimo punto, non si può certo evitare di annotare come la Lega rappresenti con Fratelli d’Italia (e in linea generale con i pentastellati) una forza politica in grado di alimentare il convincimento che si debba superare lo status quo. E in Emilia Romagna poco ci mancato che questo avvenisse. La terza ragione per la quale Salvini, nonostante la Bergonzoni sia stata battuta da Bonaccini, non va considerato uno sconfitto, consiste nel fatto che egli ha costretto negli ultimi mesi la metà campo del centrosinistra a riflettere su identità, narrazione, modello organizzativo. C’è grande attesa su quali decisioni prenderà Nicola Zingaretti sul futuro del Pd, che da più parti si immagina come un partito nuovo, diverso, più aperto come dimostra la stessa esperienza delle Sardine. Una cosa è certa: la logica del partito che ha ragione di esistere per arginare qualcosa che fa paura è troppo debole.

Ci si chiede quali conseguenze il voto in Emilia Romagna avrà sul piano nazionale. Salvini e Meloni, che continua il suo rafforzamento, dovranno rivedere i propri programmi che contemplavano già da oggi un martellamento mediatico per far cadere il governo e costringere Conte alle dimissioni. Il premier ed il Pd hanno fatto sapere ieri che il voto in Emilia Romagna e in Calabria, qualunque fosse stato l’esito, non avrebbe avuto ricadute sulla durata dell’esecutivo e della legislatura, rispetto alla quale potrebbero pesare le decisioni circa il referendum per la riduzione del numero dei parlamentari e le manovre per l’elezione del Presidente della Repubblica. Forse gli esponenti della coalizione di destra-centro potranno approfittare della sponda renziana. Che atteggiamento avrà domani Italia Viva sul delicato tema della giustizia e della prescrizione? Il risultato positivo in Emilia Romagna (ma non in Calabria), sebbene sia un passe partout per il Pd a proseguire nell’azione di governo, probabilmente anche da una posizione di maggiore forza, non cancella i molti problemi ancora presenti.

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