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È tornata davvero, più viva e pimpante che mai. La Prima Repubblica si è rimaterializzata ufficialmente attraverso la formazione politica che, pure, in teoria avrebbe dovuto essere la più distante dai suoi tic e dalle sue trame, dal suo Dna e dalla sua tradizione. La vicenda di Luigi Di Maio, che lascia la guida del M5S e dei ministri grillini, sembra presa pari pari dalla videoteca della Prima Repubblica. Anzi, sembra proprio un classico di quel repertorio.
Negli anni cruciali della Prima Repubblica quando si stava al governo si rimpiangeva il partito e quando si stava al partito si puntava al governo. Non era consentita la presenza in tutte e due le postazioni.

Fecero eccezione, nell’ordine, Amintore Fanfani (1908-1999), Bettino Craxi (1934-2000) e Ciriaco De Mita, ma chi per un motivo chi per un altro, tutti e tre dovettero arrendersi alle usanze e ai diktat della Casa (Italia): il doppio incarico, di governo e di partito, poteva andare bene per qualche settimana, ma poi basta, anzi meglio ancora se nessuno ci pensava proprio.
Qualcosa cambiò con il passaggio dal sistema proporzionale al sistema maggioritario: Berlusconi, protagonista della seconda stagione, conservò lo scettro di leader (di Forza Italia e del centrodestra) e i gradi di premier. Negli anni di governo del centrosinistra, Romano Prodi non conquistò mai la leadership del partito di maggioranza relativa, in compenso fu lui il punto di riferimento dell’Ulivo. E comunque. Tutti i candidati premier espressi dal Pd lo erano perché leader del Partito, oltre che espressioni della sua «vocazione maggioritaria». Fino a Renzi, leadership e premiership, ruoli nel partito e cariche di governo, si sommavano, anziché elidersi a vicenda.

Negli ultimi anni non si è capito molto in materia, anche perché nessuno poteva immaginare dove si sarebbe fermato - tra maggioritario e proporzionale - il pendolo del sistema.
Oggi che si ha la quasi certezza di quale sarà lo sbocco di questa continua transizione, i comportamenti si stanno adeguando in fretta. Il Pd, già da un pezzo, ha chiarito - sconfessando il principio originario della «vocazione maggioritaria» - che il suo segretario non sarà mai il candidato premier. Quanto al M5S, nel giro di pochi mesi si è abbattuto, a suo interno, una specie di cataclisma. Di Maio, che fino all’estate scorsa era l’uomo più potente d’Italia perché simultaneamente vicepremier, capo politico del MoVimento, ministro del Welfare e ministro dello Sviluppo Economico (quattro incarichi di peso), ora è stato costretto a uno strip-tease di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Si è dovuto liberare della divisa con le mostrine di numero uno pentastellato, pena la paralisi del M5S, spaccato tra quanti vogliono accasarsi stabilmente con il Pd e quanti vorrebbero tenere le mani libere tra destra e sinistra.
Di Maio è giovanissimo, ha solo 33 anni. Ma deve aver imparato sùbito che il vero potere in un sistema elettorale che evoca la Prima Repubblica risiede nel partito, non nel governo. La parentesi maggioritaria, in Italia, è stata, appunto, solo una parentesi. Adesso si torna indietro. Con un rischio in più.

In passato i partiti, nonostante la frammentazione correntizia e la degenerazione nelle scelte quotidiane, vantavano precisi riferimenti culturali o ideologici. Oggi questo collante ideologico-culturale si è eroso profondamente. Di conseguenza è aumentato il tatticismo, tutto concentrato sull’utilitarismo momentaneo, con danni suppletivi per l’azione di governo. Insomma, il partito, i partiti saranno sempre più centrali, determinanti, nel quadro politico italiano.
Ripetiamo. È singolare che il primo strappo tra carica di governo e carica di partito sia capitato proprio a Di Maio. Ma quando certi processi, a volte di restaurazione a volte di innovazione, si mettono in moto, non c’è verso di arginarli, neppure una grande muraglia ci riuscirebbe. Il guaio, per chi resta con un solo incarico nelle mani, è che prima o poi rischia di essere bersagliata anche l’ultima poltrona rimasta nella disponibilità del suo titolare. Perché, secondo il dettato tramandatoci dalla Prima Repubblica, è sempre il peso che si esercita in un partito a influire sulla vita e sulla formazione di un esecutivo. Non il contrario.
Non vorremmo trovarci nei panni di Di Maio. Fossimo in lui toccheremmo ferro, perché l’Italia rimane il Paese di Giulio Andreotti (1919-2013) e della sua massima più celebre: «Il potere logora chi non ce l’ha». Guardate, invece, Beppe Grillo. Il suo potere è inalterato, e così pure il potere di Davide Casaleggio. Torneranno loro a distribuire le carte nel partito più anti-sistema della storia patria, che le sorprese della vita e le combinazioni della politica hanno trasformato in perfetto partito di sistema, a cominciare dai criteri, dalle pratiche di selezione e destituzione dei suoi massimi dirigenti.

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