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Le regioni hanno 50 anni ma nessuno fa festa per loro

La riforma regionale ha tradito le intenzioni sbandierate all’inizio; la macchina burocratica è ingrassata come un ippopotamo; il processo decisionale si è inceppato a più non posso

Le regioni hanno 50 anni ma nessuno fa festa per loro

Chissà se, col senno di poi, i padri delle Regioni avrebbero cambiato idea o avrebbero proposto e varato ugualmente la riforma che ha cambiato da cima a fondo il Belpaese. Il bilancio delle Regioni, a 50 anni esatti dal loro battesimo, è tutt’altro che esaltante. Non avevano dato buona prova di sè le cinque Regioni a statuto speciale (Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli-Venezia-Giulia), che già prima del 1970 godevano di competenze e autonomie paragonabili ai poteri di un principato autonomo. Non hanno dato il meglio di sé (eufemismo) le 15 Regioni a statuto ordinario partorite mezzo secolo addietro con l’obiettivo di avvicinare la cosa pubblica ai cittadini.

Il verdetto della storia non dà spago ai dubbi: la riforma regionale ha tradito le intenzioni sbandierate all’inizio; la macchina burocratica è ingrassata come un ippopotamo; il processo decisionale si è inceppato a più non posso; la corruzione si è dilatata come l’olio; la conflittualità con lo Stato centrale è aumentata a vista d’occhio. E si potrebbe proseguire a oltranza.
Il repubblicano Ugo La Malfa (1903-1979) era pessimista per natura e per definizione. Diede il suo placet alla riforma che introduceva le Regioni a patto che fossero eliminate le Province. Ovviamente le Province restarono al loro posto, il che, forse, indusse La Malfa a sfogarsi a cuore aperto col suo amico Antonio Maccanico (1924-2013): «Abbiamo approvato la legge che porterà l’Italia alla rovina». L’Italia non è andata in rovina, ma di sicuro non scoppia di salute. È incontestabile il dato che, dopo la nascita delle Regioni, il debito pubblico abbia preso il volo come un missile spaziale. Non a caso post hoc propter hoc (dopo di questo, quindi a causa di questo), dicevano i latini.

Anche Alcide De Gasperi (1881-1954), il ricostruttore dell’Italia democratica, non era un tifoso delle Regioni. Nonostante il loro avvento fosse stabilito in Costituzione, De Gasperi fece di tutto per procrastinare l’evento. Dopo la sua morte, il partito trasversale del regionalismo riprese coraggio anche perché animato dalla convergenza tra due interessi divergenti: l’interesse del Partito Comunista a piantare le tende di governo nelle regioni dove più radicata era la sua influenza (le rosse Emilia-Romagna, Toscana, Umbria); l’interesse della Democrazia Cristiana a soddisfare le ambizioni di carriera delle sue seconde file, bloccate, nella ricerca di uno spazio istituzionale, dalla presenza ingombrante di senatori e deputati, molti dei quali in Aula, a Roma, già con l’assemblea costituente. Le Regioni potevano rappresentare, e rappresentarono, un buon approdo per gli aspiranti colonnelli dc smaniosi di avanzare sul terreno della grande politica.

Le Regioni avrebbero dovuto essere enti di programmazione, legislazione, indirizzo e controllo. Ci volle poco perché si trasformassero in enti di amministrazione spicciola, togliendo mestiere e risorse a Province e Comuni. Iniziò così il delirio politico-amministrativo che portò fuori controllo la spesa pubblica.
Per non dire delle conseguenze patite dal Mezzogiorno. Fino al 1970 il divario economico tra Nord e Sud sarà in lenta, ma costante diminuzione. Una volta introdotte le Regioni, invece, il dislivello tra le due Italie riprenderà a crescere, non foss’altro perché, a causa della frammentazione istituzionale e decisionale, il riscatto del Meridione cesserà di essere un obiettivo nazionale, condiviso da tutti. E pensare che tra gli argomenti a favore del regionalismo figurava ai primi posti proprio la presunta occasione, per il Sud, di recuperare posizioni nei riguardi del Nord grazie alla maggiore autonomia. I fatti successivi hanno mortificato pure quest’ultima aspirazione, anche se le avvisaglie già si delineavano: se le Regioni a statuto speciale si erano dimostrate più dispendiose di Cleopatra (69-30 avanti Cristo) per quale motivo le Regioni a statuto speciale si sarebbero dovute dimostrare più giudiziose di Ottavia (69-11 avanti Cristo)?

Con il trascorrere del tempo, inoltre, i contrasti tra Stato e Regioni si sono moltiplicati come cinghiali. Non ha giovato alla serenità delle loro relazioni il differente modello istituzionale-elettorale. Il presidente del Consiglio rimane un primus inter pares tra i suoi ministri; detiene poteri assai limitati; non dispone di una legittimazione popolare. I presidenti delle Regioni, viceversa, sono più blindati, nella loro carica, di un veicolo da guerra; possono, quando vogliono, nominare e cacciare un assessore; esercitano poteri degni di un governatore, come in effetti - anche se impropriamente (la Regione non è uno Stato) - vengono spesso etichettati.
Logico, anzi inevitabile, che la sperequazione di poteri tra governo centrale e «governatorati» locali dia la stura a una sorta di conflittualità permanente, anche alla luce delle materie (concorrenti) attribuite alle Regioni dalla riforma (2001) del Titolo quinto della Costituzione.

Insomma, forse è tutta colpa del diavolo che si sarà divertito a sabotare il buon funzionamento dei meccanismi tra centro e periferia. Sta di fatto che il consuntivo dell’esperienza regionalistica (dopo il 1970) è assai deludente e che se si chiedesse al popolo di decidere sulla sopravvivenza delle Regioni, la risposta non sarebbe entusiastica, ricalcherebbe il «pollice verso» degli antichi romani nelle gare tra gladiatori al Colosseo. Se poi aggiungiamo i tentativi in atto di instaurare il «regionalismo differenziato», pericolosa premessa per uno spappolamento dello Stato unitario, il cerchio si chiude.
Morale. Le Regioni avrebbero dovuto servire i cittadini, anziché consentire alle nuove nomenklature di servirsene per progetti e calcoli di potere. Avrebbero dovuto snellire le procedure, anziché complicarle e appesantirle. In una parola, avrebbero dovuto fare ciò che avevano stabilito i loro statuti originari, anziché sabotarne i princìpi istitutivi. Non è andata così, anche perché, col tempo, la qualità della rappresentanza, a tutti i livelli, si è inesorabilmente assottigliata.

Tra una settimana si vota in due regioni: Emilia-Romagna e Calabria. Gli occhi sono puntati quasi esclusivamente sull’Emilia-Romagna. È singolare, però, che il 26 gennaio sia in gioco più la sorte del governo centrale che l’avvenire di una regione. Segno di un rapporto, tra Stato e Regioni, che definire controverso, paradossale e bizzarro è poco. Ma tutto nasce da quella novità di mezzo secolo fa, che doveva portare l’Italia in paradiso. Doveva.

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