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Signorile: «Con la fine di Craxi tramontò il ruolo euro-mediterraneo dell’Italia»

Nelle sale il film «Hammamet» dedicato al leader socialista e girato da Gianni Amelio

Signorile: «Con la fine di Craxi tramontò il ruolo euro-mediterraneo dell’Italia»

Ministro Claudio Signorile, il ventennale della morte di Bettino Craxi è una occasione per una rilettura del ruolo del leader socialista, oltre le precedenti vulgate, spesso di stampo giustizialista?
«Questa ricorrenza deve essere significativa perché è necessario rileggere le esperienze degli anni Ottanta e Novanta con uno sguardo differente. Ridurre la presenza sulla scena italiana di Craxi a una storia criminale è insopportabile non solo per i socialisti, ma per gli italiani, che non accettano riscritture distorte della vita pubblica»

Con che spirito il mondo socialista rifletterà su quella stagione?
«Il ventennale deve essere una occasione di riscatto, intorno ad una figura discussa e discutibile. La fine di Craxi fu dolorosa, in esilio o latitanza, impedito nella possibilità di curarsi, isolato dai suoi cari e dai suoi affetti. Bene ha fatto la famiglia a riunire tutti, amici e rivali socialisti, per offrire un quadro politico e non solo intimo del segretario».

Tangentopoli è uno dei passaggi più controversi.
«Ne sono convinto. Anche magistrati che hanno vissuto in prima linea quella stagione offrono analisi diverse, da Gherardo Colombo a Francesco Saverio Borrelli, che auspicò, prima di morire, “un ripensamento” di quel periodo».

Che clima c’era in Italia prima delle inchieste milanesi?
«Nel 1989 ci fu il collasso del sistema di equilibri su cui si reggeva la politica italiana: la divisione di Yalta passava dall’Italia, con il più grande partito comunista d’Occidente… Caduto il mondo comunista è crollato anche il sistema italiano: sono venuti meno l’opzione comunista e quella atlantica. A quel punto è scattata la “non politica". Con meccanismi giudiziari fu fatta piazza pulita di alcune forze, e ci furono anche effetti sull’economia».

A cosa si riferisce?
«All'arrivo delle privatizzazioni che cancellarono le partecipazioni statali, e con esso un modello post-fordista. Si saldarono lo strumento giudiziario e quello mediatico: da lì viene l’invenzione della “casta” in politica. Mentre le classi dirigenti venivano da un lungo percorso formativo nel governo dei territori o nelle grandi associazioni di categoria».

Riavvolgendo il nastro della storia, dove Craxi non interpretò al meglio lo spirito del tempo?
«Nel congresso di Bari del 1991 doveva riprendere le distanze dalla Dc, e proporre un partito del progresso, un partito democratico, poi tentato senza esito da Veltroni con il Pd. Il 1992 viene dopo il 1991».

Poteva cambiare lo schema del Caf?
«Il Caf doveva essere sostituito dalla crisi del governo Andreotti e dalle elezioni anticipate con i socialisti parte di un nuovo quadro politico, motore di un nuovo soggetto progressista. Invece prevalse l’opzione cattocomunista e dopo l’Ulivo, un assemblaggio di cespugli intorno alla Quercia postcomunista».

Il suo ultimo ricordo del presidente Craxi?
«Ci sentivamo ogni tanto. Quando ci scambiammo gli ultimi auguri mi parlò del figlio Bobo, che voleva fare politica, e di Stefania. Aveva un forte senso della famiglia».

Prima ci fu anche l’Unione goliardica italiana con le rappresentanze studentesche negli atenei…
«La svolta di Bettino avvenne in un viaggio in Cina dell’Ugi: Pannella e Occhetto lo misero in minoranza e così andò a fare il consigliere comunale a Sesto San Giovanni, diventando giovanissimo un punto di riferimento del Psi lombardo».

Il film “Hammamet” non ha convinto in pieno Bobo Craxi…
«Il regista Gianni Amelio ha scelto di fare un racconto molto famigliare: i riflettori sono sul morire in solitudine, in esilio. Non ha voluto guardare il leader, ma le componenti personali più profonde. E ci è riuscito bene».

Quali le ferite più grandi che portarono all’esilio in Tunisia?
«Le monetine del Raphael e la valenza antidemocratica delle dimissioni di ministri come Rutelli dopo il voto del parlamento che respinse la richiesta di autorizzazione a procedere nel 1993. Craxi allora esce di scena perché non si fida del suo paese, della sicurezza, delle carceri, della legittimità del processo. Non si sente giudicato in maniera equanime. Attraverso la demolizione di Craxi si smonta un’area politica che deve essere conquistata da altre forze».

Cosa può venir fuori dallo studio della corrispondenza con Craxi ad Hammamet?
«Non gli ho mai scritto. Ci parlavamo. Ci sono documenti inediti. La fondazione Craxi e la fondazione Socialismo stanno facendo un lavoro che darà risultati».

Di Craxi resta il decisionismo - come da effige delle vignette di Forattini - e il modello di difesa della sovranità nazionale a Sigonella?
«Il decisionismo era relativo in una democrazia fondata sui partiti. Craxi comprese il logoramento del sistema e auspicò una “grande riforma”, come processo decisionista per dare efficienza alla democrazia governante. Allora l’Italia era centrale nella scena internazionale. Sigonella non fu una svolta anti-Usa ma la tutela del nostro ruolo nel Mediterraneo. Non a caso non fummo mai toccati da attentati in quel periodo, grazie ad un rilevante lavoro politico».

Qualcuno dovrebbe cogliere l’occasione per un mea culpa su Craxi?
«I post-comunisti. Li facemmo entrare nell’Internazionale socialista e subito dopo riaprirono le ostilità. Al tempo ero contrario all’ingresso del Pds nell’Internazionale… I postcomunisti hanno ignorato un patrimonio di cultura di governo, che con i socialisti e Craxi significava anche una proiezione italiana nel mondo euro-mediterraneo, che dopo di lui tramontò».

Finirà mai la diaspora socialista?

«Non ci sarà mai una ricomposizione. Dopo l’ultimo ventennio di confusione, culminato nei successi di Lega e M5s, ci sarà un riscatto civico. Verrà la democrazia delle città come dimostra l’azione di Beppe Sala a Milano e Antonio Decaro a Bari».

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