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L'intervista

Formica: «Craxi socialista libertario non si conformava alla subalternità»

L’ex ministro sul ventennale della scomparsa del leader Psi: «Italia ridicolizzata sulla scena internazionale»

Formica: «Craxi socialista libertario non si conformava alla subalternità»

«Un socialista libertario, inorganico alla subalternità»: questa definizione di Bettino Craxi è di Rino Formica, barese, 92 anni, già ministro delle Finanze, del Lavoro e del Commercio estero.

Onorevole Formica, come va affrontato il ventennale della scomparsa di Craxi?
«Viviamo un momento difficile come Italia e come Ue per la crisi della politica e per i venti di instabilità nel Mediterraneo. Una questione di revisione storica finirebbe con il dire “noi l’avevamo detto”».

Craxi è una figura amata e contestata nella memoria nazionale.
«L’operazione anti-Craxi fu complessa, mirata ad una revisione generale degli equilibri di sistema che avevano retto l’Italia e il mondo occidentale nel dopoguerra, fino alla caduta dell’Urss nel 1989. Dopo il crollo sovietico si pone il tema di un nuovo ordine internazionale. Non ci fu una operazione di grande riflessione su quello che era stato virtuoso e negativo nello status quo del periodo della guerra fredda e nel mantenimento di una situazione atipica in un paese di frontiera come l’Italia: costruimmo la democrazia in un contesto dove c’era una grande forza politica come il Pci che si richiamava ad un campo ideologico diverso. Il miracolo virtuoso ebbe un prezzo tra sbandamenti e interferenze che frettolosamente furono poste come le questioni dei “misteri italiani”».

La prima repubblica con i suoi partiti fu spazzata via da Tangentopoli.
«Tutto è stato risolto con le forme spicciate e assolutorie del sistema, con i riti tribali, fondati su alcune semplificazione dei simboli del potere più significativo: i riti della degradazione e della decimazione. La prima avvenne con la deposizione del capo più forte ma anche sostanzialmente più debole nell’avere un sostegno contro la degradazione: si scelse il Psi e il leader del Psi. Quella degradazione umiliante di porre come unico centro della responsabilità di ciò che non era stato virtuoso, per differenza, portava che tutto il resto non degradato venisse implicitamente considerato virtuoso. Chi beneficiò di questo processo sente la vergogna di aver assistito ad un processo ingiusto. La decimazione: i colpevoli ci sono, prendiamone uno a sorte che sarà decapitato. I nove salvati dalla massima punizione sono felici. Questa doppia vergogna è difficile che possa emergere in tutta la sua approssimazione non democratica. Sono processi così drammatici e dolorosi che verranno fuori soltanto quando i testimoni e i diretti beneficiari di una operazione ingiusta saranno passati nell’al di là».

Ci furono influenze internazionali in questa fase convulsa della storia italiana?
«La rottura dell’equilibrio italiano coinvolgeva anche le altre forze internazionali. L’implosione di uno dei due campi poneva il problema del riordino dei sistemi di sicurezza del campo contrapposto. Ci fu tra il 1989 e il 1994 una crisi nei servizi americani, tra la Cia e l’Fbi. La Cia, che gestì i servizi internazionali nellla guerra fredda, aveva una serie di compromissioni e occulte trattative con i servizi dell’Est. Il crollo sovietico faceva emergere certe situazioni imbarazzanti. E si ebbe un riflesso in Italia».

Craxi era inviso agli Usa?

«Al di là di quello che dice la vulgata e che c’è anche nel film Hammamet di Amelio, Craxi viene considerato un personaggio arrogante, ma non lo era».

Che identità aveva?
«Era un’altra cosa: era inorganico alla subalternità. Strutturalmente un socialista libertario, non era arrogante contro gli altri poteri, ma “non subalterno”. Leader di un paese piccolo o grande, trattava alla pari, quando la sua funzione era necessaria. Si distingueva così dalle ideologie, a partire da quella cattolica, che mediavano con il compromesso per il compromesso».

Bettino sarà ricordato come un difensore della sovranità italiana a Sigonella.
«La sovranità è delle istituzioni. Ci vuole una rilettura equilibrata: non fu un atto “anti”, ma della “non subordinazione”. I trattati vanno rispettati e rispettati alla lettera, non dilatati secondo i desideri del più forte. Sigonella è una base americana, su suolo italiano, regolato da leggi italiane, non da quelle Usa. Poi certo, con un atto amministrativo il ministro Trabucchi portò nel 1960 a una desovranizzazione: gli ingressi delle merci nelle basi e delle armi nelle basi Usa non passarono più dalle dogane italiane ma da un controllo degli ufficiali americani».

Quali intuizioni del leader socialista restano attuali?
«I problemi sono aperti, come 30-40 anni fa: la costruzione dell’Ue, di una entità politica sovranazionale per la quale Craxi si scontrò con la Thatcher; lo scontro che c’è ed è sotterraneo tra soluzione democratica o autoritaria».

Che visione aveva?
«C’è una bella intervista del 1976 a Pietro Ingrao neopresidente della Camera: poneva il problema del parlamento che governa, una visione dei comunisti che non potevano stare al governo effettivo e volevano che le grandi scelte avessero il consenso preventivo del parlamento. Era la democrazia progressiva dei paesi dell’est. Craxi era contrario era invece per tornare ai poteri istituzionali della democrazia: il parlamento dà la fiducia ai governi, controlla, ma il governo governa finché ha la maggioranza».

La crisi del Mediterraneo in fiamme fa avere nostalgia della politica estera craxiana.
«Tra la sponda Nord e quella Sud del Mediterraneo ci deve scambio e intelligenza politica. Senza pace si destabilizza l’Europa».

Adesso ci sono anche le fragilità dell’attuale politica nazionale.
«Con la Prima repubblica la politica estera italiana non aveva nemici nel Mediterraneo. Oggi non abbiamo un solo amico nel Mare nostrum: così soffre l’Europa, ma l’Italia impazzisce. Come è impazzita nella diatriba tra Palazzo Chigi e Farnesina: sono caduti nel ridicolo sia Conte che Di Maio. Non siamo solo irrilevanti ma ridicolizzati».

Il suo ultimo ricordo del segretario ?
«Penso agli ultimi giorni in Italia. Era visibile in lui un atteggiamento altalenante tra il dovere di immaginare un riscatto delle forze politiche italiane e la rassegnazione alla debolezza del sistema. Non gli piaceva “farsi giunco”, come dicono i siciliani».

Tornerà la centralità socialista?
«La questione sociale è alla base delle ragioni della nascita del socialismo: non solo è adesso irrisolta, ma si è aggravata. L’irrequietezza diffusa per la crisi economica si salda con con immigrazione ed emigrazione. Accantoniamo le questioni perché è valso il principio di solleticare gli umori profondi delle paure con l’immigrazione. E non affrontiamo fino in fondo l’impoverimento che arriva dall’emigrazione di qualità del nostro capitale umano giovanile… Che Italia avremo se vanno via 200mila giovani all’anno?».

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