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Il commento

L’anno che verrà: «verde» e nel segno dell’Europa

L'Europa è donna. Evviva

Gli scenari che si aprono sono importanti. Anzitutto vedremo alla prova la nuova Commissione europea con la presidenza affidata per la prima volta a una donna

30 Dicembre 2019

Ennio Triggiani

L’anno che verrà (per citare l’indimenticabile Lucio Dalla) sarà forse decisivo per il futuro dell’Unione europea. Gli scenari che si aprono sono numerosi e tutti importanti. Anzitutto vedremo alla prova la nuova Commissione (e cioè il governo dell’Ue) con la presidenza affidata per la prima volta a una donna, la tedesca Ursula von der Leyen. Il suo programma prevede che l’Europa debba guidare la transizione verso un pianeta in salute.

E verso un nuovo mondo digitale, adeguando la nostra economia sociale di mercato unico alle nuove ambizioni dell’epoca attuale, salvaguardando i valori comuni e promuovendo lo Stato di diritto. La nuova strategia di crescita viene fondata sul «Green deal» ponendo la difesa dell’ambiente quale perno trasversale della crescita per riconciliare l’economia con il pianeta. Sotto questo profilo, è significativa la scelta di trasformare la Banca europea per gli investimenti in una «banca per il clima» e di aumentare sensibilmente il budget dedicato alle fonti rinnovabili e all’efficienza energetica, ai trasporti a basse emissioni di CO2, alle misure per la tutela ambientale e per la mitigazione dei rischi climatici.

Sarà, purtroppo, l’anno della definitiva uscita del Regno Unito, anche se ci vorranno ancora molti mesi per sciogliere i complessi nodi tecnici che ne derivano. Si tratta di una perdita importante per l’Unione, ma andrà peggio per i britannici considerate, oltre quelle economiche, le problematiche questioni scozzese e irlandese. Tuttavia, venendo meno un Paese sempre poco disponibile al progresso dell’integrazione, alla quale ha più volte posto un freno, scompare il comodo alibi dietro il quale altri Stati membri si sono spesso nascosti per giustificare la mancanza di coraggio nel compiere quelle scelte importanti delle quali ci sarebbe ormai estremo bisogno. E comunque esce un pilastro della democrazia dell’Europa, della sua storia, della sua economia, della sua finanza e delle sue capacità militari.

In proposito, il rafforzamento delle difesa comune appare indispensabile non solo per una razionalizzazione della spesa in tale delicato settore, ma anche in considerazione della sempre minore disponibilità degli Stati Uniti a farsi carico degli oneri legati al loro impegno militare in Europa. Invece, di fronte alla crescenti aspirazioni egemoniche di Russia e Cina, la geopolitica mondiale suggerirebbe il rafforzamento dell’europeismo, per salvaguardarne l’indipendenza, e non certo la sua scomparsa sull’altare di superati e inefficaci nazionalismi.

Ma l’anno che verrà registrerà una ricorrenza molto importante, i 70 anni da quel 9 maggio 1950 in cui il ministro degli esteri francese Robert Schumann convocò una conferenza stampa per una Dichiarazione che ha segnato la nascita dell’integrazione europea e che è pertanto ricordata come data della Festa dell’Europa. L’obiettivo primario da conseguire era (ed è) la pace che «non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi… Il contributo che un'Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche… Questa proposta… costituirà il primo nucleo concreto di una Federazione europea indispensabile al mantenimento della pace». Si delineava, pertanto, nel 1950 il chiaro superamento di una concezione assolutistica della sovranità alla base degli antichi conflitti europei, tanto che la Gran Bretagna inizialmente rifiutò di aderirvi sostenendo, per poi pentirsi ma inizialmente bloccata dal veto del generale De Gaulle, che mai avrebbe consentito tale intrusione nella sua sfera sovrana. Gli «sforzi creativi» in questi decenni si sono concretizzati attraverso il perfezionarsi di una realtà unica e originale basata su norme comuni, prevalenti in caso di contrasto su quelle nazionali, su di una struttura istituzionale fortemente innovativa dotata di un proprio sistema giurisdizionale, su di una crescita economica enorme per tutti i Paesi membri grazie all’unione economica e, per 19 degli Stati membri, monetaria.

Certo ancora molto si deve ancora realizzare ed è indispensabile che la costruzione in atto trovi il suo perno, come già sottolineava Schumann, sulla solidarietà. Questa dovrà manifestarsi con ben maggiore concretezza e ampiezza nella gestione dei flussi migratori, anche attraverso idonee sanzioni verso i Paesi membri riluttanti. Ma è da registrare positivamente il rafforzamento del «Corpo europeo di solidarietà» che, attraverso un budget complessivo di 117 milioni di euro, offre ai giovani significative opportunità per dare supporto alle comunità in una vasta gamma di settori, consentendo loro di acquisire nuove esperienze e competenze per la propria crescita personale e professionale. Si tratta di uno strumento utile, come lo è l’Erasmus, per evidenziare il concreto spessore della cittadinanza europea.

Diceva Jean Monnet, effettivo ispiratore della Dichiarazione del 1950, che «Le persone accettano i cambiamenti solo di fronte alla necessità e riconoscono la necessità solo di fronte a una crisi». Recuperando lo spirito della Dichiarazione si tratta di sviluppare un incrocio fecondo tra memoria e futuro da nutrire con l’indispensabile pizzico di utopia. E proprio il prossimo 9 maggio dovrebbe partire una «Conferenza sul futuro dell’Europa» con l’obiettivo di ridisegnare, in due anni, le riforme necessarie a rilanciare il processo di integrazione. Ma l’arduo compito potrà essere svolto solo sulla spinta di noi cittadini se matureremo fino in fondo la consapevolezza di dover essere «europei».

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