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Le «sardine» si sono date appuntamento per oggi a Roma. Dopo una serie di incontri in varie piazze d’Italia – a partire da quello già storico di Bologna – il movimento ha dato prova di sé in molte città, con alterne fortune. Perché se è vero che al centro-nord la partecipazione è stata imponente, al centro-sud le cose sono andate diversamente, con i flop di Taranto e Foggia in prima linea. E anche a Bari i presunti tremila partecipanti non sono un numero strabiliante.
La manifestazione di Roma diventa allora una sorta di esame generale per capire lo stato di salute e, soprattutto, la forza del nascente movimento.

Aggregare gente per contestare qualcosa o qualcuno è sempre più facile che mettere insieme persone per realizzare un progetto e, fino a oggi, questo è accaduto. Dalle «sardine» non sono ancora arrivati messaggi chiari, un’incertezza che alimenta facili dietrologie: sono spinti da Prodi&Co; no, dietro hanno la lobby gay; macché, è lo spirito del ’68 che ritorna. Al di là delle ipotesi più o meno fantasiose circa le origini e gli obiettivi del movimento, c’è un dato certo e alla portata di tutti: quando sembrava che ogni confronto dovesse ormai svolgersi solo sul web, le «sardine» hanno riportato al centro dell’azione una materialità ritenuta in via di estinzione. Dalle piazze virtuali dei social la politica è tornata nelle piazze fisiche.
Certo, per il solo fatto di essere soprattutto giovani, le «sardine» utilizzano molto, anzi moltissimo la comunicazione digitale. Il passaparola per le manifestazioni transita soprattutto attraverso i blog e i social, ma per vedersi e stare insieme in luoghi fisici precisi come le piazze, proprio lì dove in un tempo digitalmente lontano si svolgevano i comizi dei partiti e, soprattutto, dei leader più carismatici. La partecipazione più o meno accentuata diventava una sorta di sondaggio sull’esito elettorale, sebbene un uomo cresciuto a pane e politica come Pietro Nenni ammoniva: «Piazze piene, urne vuote», evidenziando come molti consensi non si guadagnassero alla luce del sole, ma raccogliendo voti all’ombra delle sacrestie o con un meticoloso porta a porta. Dunque il web torna a essere mero strumento di comunicazione e non di manipolazione.

Il web a servizio di chi vuol fare politica e non la macchina che produce e autoriproduce consensi, come avviene nella strategia leghista e pentastellata.
Ora il recupero delle piazze fisiche è certamente cosa buona. Innanzitutto perché è un’operazione più vera e trasparente rispetto al ritrovarsi sulle piazze del web. Stare fisicamente in un certo posto e in un dato momento implica una volontà e dunque una scelta, ovvero un indispensabile ancorché minimo bagaglio etico. Mettere un like a una dichiarazione di Tizio o di Caio, è un fatto di routine. La volontà è messa in ombra dal pregiudizio rispetto al giudizio. Non solo, ma fuori dal web diventa più facile abbandonare i toni dell’odio, uno dei pochi obiettivi espliciti delle «sardine»: «Costruire una società senza odio, una società di pace? Una comunità dove ci si rispetta reciprocamente in quanto umani? È possibile un nuovo umanesimo?», è uno dei loro post ricorrenti. Allora ben venga il ritorno delle persone in carne e ossa che si ritrovano in una piazza per cercare di dare un messaggio visibile e comprensibile per tutti, anche per chi è lontano o escluso dal mondo digitale. Del resto il primo appuntamento in Piazza Maggiore a Bologna proprio così era nato: mostrare che oltre alle folle inneggianti a Salvini c’erano folle – anche più numerose – che inneggiavano a un diverso modo di fare politica.

Il problema ora è proprio quello posto da Nenni nel 1948: in che rapporto sono le piazze con le urne? È questo il dilemma che ha messo in agitazione i partiti: capire se e in che modo è possibile tirare le «sardine» dalla propria parte e se possano trasformarsi in qualche cosa di più strutturato e che riesca a capitalizzare consensi, in danno delle formazioni già presenti nell’agone politico o pescando nel popoloso partito dell’astensione. È opinione diffusa fra gli esperti di politica che le «sardine» costituiscano una ghiotta occasione per ridare linfa alle formazioni di sinistra, Pd in primo luogo. Anche perché con la crisi dei 5Stelle, dove stanno emergendo con chiarezza le due anime che all’inizio sembrava potessero convivere, si va verso una polarizzazione più marcata dello schieramento politico: un centrosinistra frammentato e ancora un po’ stordito contro un centrodestra sempre più appariscente e dominato non dalla Lega in quanto partito ma da Salvini in quanto leader.
Nell’attesa di capire e sapere di più, per ora accontentiamoci del tentativo di recuperare una politica più genuina grazie al ritorno nelle piazze reali fatte di pietre, persone e relazioni sociali.

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