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Tosca, boom di ascolti: la qualità anche in Tv

Tre milioni di spettatori hanno seguito in tivvù la diretta dell'opera della Scala di Milano

Tosca, boom di ascolti: la qualità anche in Tv

Nessuno può rimanere indifferente davanti a quest’uomo, a un passo dalla morte, che al ricordo di quando «fremente, le belle forme disciogliea dai veli», ahinoi, «muore disperato!». Mario Cavaradossi, lui. Flora Tosca, lei. Struggente storia di un amore sublimato dalla tragedia. Ma chi può sottrarsi al fascino magnetico di Tosca? No di certo i circa 3 milioni di spettatori che hanno seguito in tivvù la diretta dell’opera dalla Scala di Milano.

P otentissima Anna Netrebko, una Tosca sensuale e morbida che ha sedotto il pubblico della prima della Scala e poi quello televisivo. Successo sorprendente, non già quello consumatosi nel tempio milanese dell’Opera, con 16 minuti ininterrotti di applausi, quanto quello tributato da gente che ha deciso di sedere per oltre due ore dinanzi allo schermo televisivo senza zapping e senza dipendenza seriale da fiction. Per una volta lo spettatore medio ha compreso che non solo nelle arene di Maria De Filippi possono divampare gelosia e intrigo, passione e possesso, vendetta ed equivoco. Come di rado accade in anni di intrattenimento mediocre, noia e volgarità, la televisione italiana si è prodotta in un artificio sorprendente: la qualità. 

La lirica in tv è avanguardia pura nel trash dominante, in quel rutilare di luoghi comuni, tronisti, silicone e telerisse, come se Ezra Pound tornasse a dissacrare la letteratura vittoriana. La Tosca in tivvù ci racconta un popolo di telespettatori migliore di quanto sappiamo. Un popolo potenziale che volentieri potrebbe riconciliarsi col «piccolo schermo» (eufemismo, visti i pollici ipertrofici degli apparecchi in commercio) se solo in quello schermo ritrovasse lo spettacolo, quello vero, quello che emoziona, sorprende, spalanca gli orizzonti. Viceversa, ecco il personaggio di Viola nella Grande bellezza di Sorrentino, che va ripetendo con una smorfia snob «Io non ho la televisione a casa...», bandiera esibizionista che tanti intellettuali italiani hanno cominciato a sventolare, nel dissenso verso una delle più infime forme di intrattenimento del Terzo Millennio. 

Dovremmo allora mettere ordine nelle nostre categorie pop, dovremo rovesciarle, invertirle. Cosa è veramente popolare? La subcultura o lo stupore? La finta televisione del dolore, della sensazione, dello scandalo? O la suggestione e la potenza di classici immortali? Qualcuno (chi governa i palinsesti o chi tenta di manipolare i nostri cervelli) è convinto che la massa sia un gregge indistinto totalmente sprovvisto di educazione estetica. Qualcuno ritiene che la «cultura» sia ancora uno straordinario modo di separare le classi sociali. Umberto Eco lo spiegò molto bene quando alluse alla «vaga speranza» che i valori di questa cultura potessero «diventare un giorno patrimonio anche delle classi subalterne; una ambigua speranza frammista alla paura che questo avvenga davvero».

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