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Il Duce, che lo fondò insieme con il socialista Alberto Beneduce (1877-1944), lo chiamava il convalescenziario. Nelle intenzioni iniziali di Benito Mussolini (1883-1945), avrebbe dovuto essere un ospizio con scadenziario. Ma, poi, il dittatore politico e il dittatore economico del Ventennio, si accorsero che quel centro di accoglienza dei malati terminali del capitalismo italico non poi era così inefficace e improduttivo, anzi, si era rivelato una scuola di alta modernizzazione visto che, fra l’altro, stava alimentando il vivaio, la cantera (avrebbero detto a Barcellona) dei migliori manager italiani. Di conseguenza l’Iri (Istituto per la ricostruzione industriale), nome ufficiale del convalescenziario mussoliniano, spiccò il volo tra gli applausi nazionali e le imitazioni-emulazioni internazionali.

Ma la gloria non durerà a lungo. Esaurita la fase propulsiva iniziale, presto le poltrone dello Stato padrone stuzzicheranno l’appetito leonino di partiti e correnti, tanto da ufficializzare, agli inizi degli Anni 90, il disastro definitivo dei conti aziendali con successiva liquidazione dell’Istituto.

Pareva che la morte dello Stato padrone sarebbe risultata a tempo indeterminato, invece no. Confermandosi l’Italia paese di santi, poeti e navigatori, il miracolo è sempre dietro l’angolo. Infatti, l’Iri potrebbe a breve risorgere dalle proprie ceneri, un’ipotesi ormai ritenuta più probabile dell’acqua alta a Venezia.

Il ministro dello sviluppo economico Stefano Patuanelli lo ha ribadito senza giri di parole riferendosi alla soluzione dei casi Ilva e Alitalia: l’Iri potrebbe tornare. Ma sarebbe un bene riaffidarsi a un cronicario che dopo un inizio promettente ha prodotto più debiti di una guerra e più dissesti di un terremoto?

Che l’Iri mussoliniana (poi ereditata e esaltata dall’Italia repubblicana) avrebbe fatto la fine che ha fatto non erano in molti a prevederlo. Ma tra i pochi c’era chi come Luigi Sturzo (1871-1959) non aveva paura di andare controcorrente preannunciando e denunciando tutte le perversioni che la creatura del fascismo avrebbe lasciato in eredità.

Il fondatore del Partito Popolare giudicava assai pericoloso il protagonismo dello Stato imprenditore. Uno, per le numerose tentazioni che un cospicuo afflusso di quattrini in mani politiche avrebbe potuto alimentare. Due, per la pressoché sicura inefficienza gestionale che ne sarebbe derivata. Eppure ai tempi di Sturzo, il management dell’Iri era affollato da autentici fuoriclasse, non da faccendieri con il curriculum di portaborse tesserati.

Sturzo, ad esempio, era il primo a riconoscere che Enrico Mattei (1906-1962), creatore dell’Eni, fosse un asso indiscutibile come capitato d’impresa, ma non per questo il sacerdote di Caltagirone rinunciava a spiegare di considerare Mattei più pericoloso di Benito Mussolini (1883-1945) perché, diceva Surzo, le distruzioni causate dalle bombe erano state riparate in pochi anni, mentre per riparare quelle provocate dalle tre «malebestie» (statalismo, partitocrazia, sperpero del pubblico denaro) ci sarebbe voluto molto più tempo. E quando Giorgio La Pira (1904-1977), sindaco santo di Firenze, gli obiettò che lo Stato poteva fare tutto, Sturzo gli promise di condurlo in aereo sopra Berlino (e il Muro doveva essere ancora costruito) per mostrargli il bagliore delle luci ad Ovest contrapposto al buio fitto ad Est, nella zona controllata dai sovietici.

Sturzo non era un talebano del liberismo, era soprattutto un promotore di libertà. Era consapevole che non tutto ciò che faceva lo Stato in economia era frutto del diavolo politico e della dissipazione finanziaria. Ma lui temeva che la convivenza tra economia di comando ed economia di mercato potesse corrompere la tempra dello Stato, della politica e della società. Non a caso, fu lui Sturzo, molto prima di Enrico Berlinguer (1922-1984), a lanciare l’allarme sulla questione morale, ossia sull’occupazione delle istituzioni da parte di partiti, correnti e gruppi vari di potere. Scriveva Sturzo nel 1951: «L’assurdo dell’economia italiana sta nel fatto di essere apparentemente privatistica e di mercato, ma effettivamente controllata da uno Stato che pretende di dirigere e non dirige, mentre il privato cerca di farla al dirigente e al cliente e la fa a se stesso».

Ma la degenerazione più grave paventata da Sturzo sull’invasività della mano pubblica in campo economico riguardava soprattutto la psicologia umana. Sturzo temeva che lo Stato factotum generasse l’«alterazione del carattere della gente», ossia la metamorfosi, l’assuefazione verso una società assistita, poco dinamica, e innanzitutto corriva con le male pratiche.
Paradossalmente sarà un democristiano dossettiano-lapiriano come il ministro Nino Andreatta (1928-2007), che però in economia riecheggiava lo Sturzo più profondo, a intonare e decretare il De Profundis verso l’Iri e lo Stato padrone, che succhiavano il 75% del credito bancario sottraendolo alle imprese private. Andreatta lo farà senza esitazioni e rimpianti, con una determinazione che solo un intellettuale di carattere come lui poteva mettere in mostra.

Ma il vizio della memoria, in Italia, è assai meno diffuso di altri vizi. Cosicché oggi l’Iri sta ritornando in auge, arruolando un esercito (smemorato) di veterani e reclute. E i quattrini? E chi paga? E le perdite future? E i pasticci, gli affari, le clientele, le connivenze con la politica?
E poi ci scagliamo contro il Fondo Salva-Stati perché contempla la disciplina economica e la riduzione del debito pubblico. Ma se gli italiani sono incorreggibili, che colpa hanno gli europei?
Giuseppe De Tomaso
detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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