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Perché è giusto risarcire la fuga dall’area inquinata

L’emergenza acciaio, collegata alla bomba ecologica, potrebbe dare la stura, anche se involontariamente, a un approccio meno ideologico dell’assetto urbanistico e residenziale della città

Taranto Tamburi

Gli antichi romani, maestri di diritto oltre che cultori di giustizia, stabilirono che andavano risarcite materialmente le popolazioni sottoposte alle immissiones da parte del potere centrale. Se il Principe di turno realizzava un’opera pubblica che erodeva o falcidiava il prezzo di mercato dei beni posseduti dai cittadini, quest’ultimi andavano rimborsati per il valore perduto. Anche nel Protocollo di Kyoto sull’ambiente è stato in gran parte assorbito il principio del risarcimento codificato dai lontani legislatori dell’Urbe. Ma, si sa, un conto sono le enunciazioni, un conto sono le applicazioni pratiche.
Se il caso Taranto fosse sottoposto oggi all’esame di un redivivo maggiorente dell’Impero Romano di duemila anni addietro, molto probabilmente l’intervistato risponderebbe così: «Il Siderurgico ha inquinato la zona circostante. Ora provveda a risarcire i residenti colpiti sia nella salute sia nel patrimonio, dato che i loro immobili non valgono granché».
Qualcuno potrebbe obiettare che dopo l’insediamento dell’acciaieria scattò la corsa ad abitare nelle vicinanze della fabbrica e che quindi la successiva inflazione abitativa non fu colpa degli ideatori dell’allora Italsider.

Ma qualcuno potrebbe controreplicare che nessuno, tra tarantini e confinanti, avrebbe mai potuto immaginare i livelli di inquinamento poi generati dal colosso siderurgico. Sta di fatto che vivere ai «Tamburi» non è come vivere altrove, anche se l’inquinamento tarantino non è solo frutto del Mostro costruito quasi 60 anni fa.
Non è sufficiente trovare una soluzione produttiva all’ex Ilva, perché il Belpaese non può rinunciare a cuor leggero all’1,4% del suo Pil. Bisogna trovare una soluzione definitiva anche per le migliaia di residenti del rione «Tamburi», i più colpiti dai veleni del Colosso.

Il professor Umberto Ruggiero, ex rettore del Politecnico di Bari, ha rilanciato l’altro ieri su queste colonne una proposta di assoluto buon senso che, in un Paese abbonato al senso comune (l’opposto del buon senso), di solito non incontra le adesioni di chi possiede il boccino della decisione. Ruggiero ha suggerito di predisporre un piano di esodo volontario e indennizzato per tutti i cittadini dei «Tamburi». Di sicuro l’operazione costerebbe, per le casse pubbliche nazionali, assai meno di altre misure di bonifica ambientale (pur indispensabili) sollecitate da vari fronti.
Condividiamo appieno la proposta di Ruggiero e la rigiriamo a chi di dovere. Non sarebbe nemmeno necessario, a nostro parere, individuare un’area, un quartiere ad hoc, dove trasferire le famiglie dei «Tamburi». Uno, perché l’iniziativa si presterebbe all’accusa di deportazione. Due, perché c’è tanto di invenduto nel reticolo residenziale circostante che si riuscirebbe a spalmare la popolazione dei «Tamburi» senza particolari disagi.

Lo Stato non ha bisogno di prenotare, o ipotecare, altri suoli da consumare. Dovrebbe limitarsi a pagare il canone d’affitto agli ex abitanti dei «Tamburi» approdati nei restanti quartieri della città. In questo modo si accelerebbero i tempi, non si spenderebbero soldi per le nuove costruzioni, non si creerebbero commissioni di esperti e di politici trombati buoni solo a succhiare denari e a ritardare i cantieri, non si darebbe lavoro ai giudici per i casi di corruzione, non si ghettizzerebbe nessuno degli esodati, si darebbe la possibilità ad ogni famiglia dei «Tamburi» di scegliere essa stessa la zona dove andare a vivere. In più si eviterebbero gli effetti collaterali di ogni intervento pubblico deciso sull’onda dell’emergenza: approssimazione nei progetti e compromissioni nei comportamenti.
L’unica cosa certa è che, così facendo, lo Stato risparmierebbe una montagna di quattrini. Il che, purtroppo, rappresenta un disincentivo ad agire come il buon padre di famiglia. Se un progetto non fa spendere molto, significa - nell’accezione italiota - che non è un buon progetto. Un po’ come accade ai consigli richiesti dalle persone. Se il consiglio è gratis, nessuno lo sta a seguire. Se, invece, il consiglio è costoso, tutti lo stanno ad ascoltare. Anzi, più è costoso più viene esaltato dai consigliati salassati.

L’emergenza acciaio, collegata alla bomba ecologica, potrebbe dare la stura, anche se involontariamente, a un approccio meno ideologico dell’assetto urbanistico e residenziale della città. Il bonus casa potrebbe risultare la via più sensata e percorribile. Non se ne farà nulla, ma la proposta scaturita dall’articolo del professor Ruggiero va sostenuta. In passato erano le situazioni di crisi a dare la spinta per nuove sfide. Oggi, il fiaccume e il cinismo generali frenano anche le soluzioni più innovative. Anche per questa ragione il Paese è fermo. Così fermo che pure le riforme e gli interventi a costo zero suscitano apprensioni, maldicenze, trappole, e trabocchetti. Una sequela di no.

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