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Stato padrone o Stato arbitro, in gioco il futuro di una città Stato

Gli studiosi più avvertiti mettono in guardia dagli eccessivi entusiasmi verso l’industrializzazione pesante, non foss’altro per le pericolose conseguenze di tipo ambientale che avrebbe l’operazione comporterebbe

Ilva, nel piano Mittal Marcegagliaspuntano oltre 2400 esuberi

Il caso Ilva è un concentrato perfetto di tutti i peccati del Belpaese. La storia comincia da lontano. Comincia da quando, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, inizia a fare proseliti l’idea di vincere la povertà nel Sud attraverso l’industrializzazione dall’alto. Oddio, l’idea non è peregrina, tanto meno bislacca. Se metà della Penisola vive in condizioni feudali, lo Stato centrale non può rimanere a guardare, con le mani in mano.

Il più svelto e intelligente si chiama Francesco Saverio Nitti (1868-1953). È un lucano di Melfi, con vasti studi e moderne letture. Sua la proposta, accettata, di una legislazione speciale (1904) per il Mezzogiorno. Obiettivo: cercare di promuovere l’industrializzazione dall’alto attraverso l’impegno diretto dello Stato. La creazione dell’Ilva, industria siderurgica di Bagnoli, costituisce il primo passo dell’iniziativa politico-legislativa di Nitti.

Ma, nonostante le buone intenzioni e le ragguardevoli doti dei protagonisti, i limiti della legislazione speciale emergono sùbito. Troppa fiducia negli effetti positivi «indotti» che avrebbe generato il dirigismo industriale pubblico. Troppa enfasi in quel costruttivismo illuministico che quasi sempre provoca più delusione di un derby calcistico giocato in 9 contro 11. Risultato: nessun significativo passo avanti nel riscatto della Bassa Italia. O perlomeno, nessun risultato pari alle attese.
Si riparte nel secondo dopoguerra con l’Intervento Straordinario e i «poli di sviluppo». Prima fase (positiva): il divario Nord-Sud si accorcia. Seconda fase (negativa): cresce soprattutto il clientelismo alimentato dalla classe politica.
Comunque. Anche stavolta si tenta di spezzare il circolo perverso del sottosviluppo grazie al protagonismo degli apparati pubblici. Ma anche stavolta arriva la conferma che non può esserci un automatismo tra un mega-insediamento industriale e il balzo sociale della realtà circostante. Servono altri presupposti, altri prerequisiti, a iniziare dal capitale umano e dalla libertà di agire, per innescare la miccia della crescita economica.

Gli studiosi più avvertiti mettono in guardia dagli eccessivi entusiasmi verso l’industrializzazione pesante, non foss’altro per le pericolose conseguenze di tipo ambientale che avrebbe l’operazione comporterebbe. Qualche mente lucida, che oggi verrebbe bollata come catastrofista, sentenzia: con l’industrializzazione hard benedetta dall’alto non avrete né lavoro né salute né ambiente. Ma, come ammetterà più tardi un top player della politica tarantina, i suoi concittadini avrebbero applaudito all’arrivo del Siderurgico pure nel caso se lo fossero ritrovato in pieno centro cittadino.

Infatti il parto dell’Italsider viene accolto come la notizia del secolo, come l’inizio della fine del sottosviluppo. È così seducente la prospettiva dell’acciaio sulla riva dello Jonio che si fa a gara non solo per strappare un impiego alla mitica Italsider, ma pure per costruire case e quartieri attorno al Mostro, che non è ancora il Mostro. Anzi è (considerato) la Luce, il Sole (produttivo) di Taranto. Più le abitazioni sono vicine all’Italsider, più il loro prezzo lievita. L’inquinamento, semplicemente, non «esiste», specie quando la proprietà è pubblica. Nessuno lo vede. Nessuno lo vuole vedere. Vuoi mettere il lavoro.
Oggi lo Stato non sa cosa fare, né ha una soluzione in tasca, come ha onestamente ammesso il presidente del Consiglio. Se opta per la vendita ai privati rischia di collezionare più porte in faccia di uno spasimante brutto e squattrinato. Se opta per la nazionalizzazione dello stabilimento, rischia di finire nel mirino dell’Unione Europea, oltre che nel mirino dei contribuenti ai quali toccherà mettere mano al portafogli per finanziare i costi dell’operazione. Senza dimenticare un altro particolare mica da niente: chiunque siederà dietro la principale scrivania del

Siderurgico pretenderà la tutela giuridica, infine negata ad ArcelorMittal. In caso contrario: arrivederci e grazie.
Si dice. Lo Stato non può tirarsi indietro in situazioni drammatiche come quella tarantina, anche se nella città dei due mari non è trascurabile il fronte di chi invoca l’addio all’acciaio sic et simpliciter. Ok, lo Stato non può tirarsi indietro. Ma a furia di intervenire pressoché ovunque, lo Stato italiano si sta trasformando in una sorta di super-Iri, in un ospedale da campo di ultima istanza pronto ad accogliere tutti e tutto. Con una piccola differenza, però: l’Iri delle origini non era malvagia, anzi arruolava il meglio della managerialità nazionale; l’Iri successiva era degenerata in un’emanazione della partitocrazia; mentre, ora, per l’Iri del futuro si potrebbe profilare uno scenario simile al reticolo delle piccole società municipalizzate, dominate dai cacicchi politico-burocratici (spesso trombati nell’urna) del posto. Si chiama o si chiamerebbe statalismo locale, ma non sarebbe molto distante dal «socialismo reale» di marca sovietica.
Giusto 30 anni addietro cadeva il Muro di Berlino. Terminava la Guerra Fredda. Si poneva fine alla contrapposizione ideologico-militare tra i due blocchi. Ma cosa caratterizzava il confronto tra Est e Ovest se non il desiderio di molti giovani dell’Est di voler scappare a Ovest in cerca di libertà e di migliori condizioni esistenziali e professionali? Nessun ragazzo dell’Occidente è mai morto per fuggire nel «paradiso» sovietico, anche perché non si sono mai registrati tentativi al riguardo.
Adesso. Lungi da noi l’intenzione di paragonare circostanze e fasi storiche lontane e distinte, ma appare chiaro che più un’area geografica s’ingessa, si statalizza e si nutre di assistenzialismo, più le energie giovani e dinamiche cercano un’affermazione altrove. Che prospettiva professionale potrebbe assicurare ai ragazzi del Sud uno Stato che tornasse a fare il padrone assoluto: la prospettiva di tornare a bussare dietro l’insegna del potente di turno per assicurarsi la promessa di un lavoro? Questa prospettiva potrebbe risultare allettante per gli spiriti più fiacchi, cinici, parassitari e neghittosi, di sicuro verrebbe, e viene, respinta come la morte dagli spiriti più svegli, intraprendenti e ambiziosi.

Più un’economia è libera, più offre opportunità di affermazione individuale e collettiva. Più un’economia è governata ed eterodiretta dall’alto, più spinge i migliori a cercare fortuna fuori.
Ecco perché l’Ilva sta per tornare ad essere la cartina di tornasole, la vera metafora dello Stivale. Qui si parrà il futuro del Mezzogiorno, di nuovo al bivio, come ai tempi di Nitti e dei poli di sviluppo, tra Stato Padrone (classe politica onnipotente) e Stato Arbitro e Regolatore (società civile autonoma).

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