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Il populismo perde colpi il sovranismo cambia volto

Ma come, l’Italia è un Paese di anziani e il leader ombra della principale forza di governo si mette in testa di escludere i vegliardi, o i diversamente giovani, dal gioco democratico?

Le illusioni pericolose nel segno del «popolo»

Già il voto, in Italia, è più volatile di una storia d’amore di Hollywood. Se poi un guru della maggioranza vuole abolire il voto per gli anziani, beh allora la fedeltà politica può trasformarsi in immediata infedeltà elettorale. Non sappiamo se la sortita di Beppe Grillo (urne da vietare agli ultrasessantacinquenni) abbia influito sul tracollo umbro dei 5Stelle. Di sicuro, però, non ha fatto bene alla causa di Di Maio e del candidato alla presidenza di quella Regione. Ma come, l’Italia è un Paese di anziani e il leader ombra della principale forza di governo si mette in testa di escludere i vegliardi, o i diversamente giovani, dal gioco democratico? «Che cosa gli è saltato in testa?», devono aver pensato i tipi più attempati, non solo a Perugia, Terni e Assisi.

Probabilmente c’è altro dietro lo scivolone grillino nell’ex roccaforte rossa. Probabilmente c’è la delusione di quell’elettorato di destra che era confluito nel Movimento, proprio perché garantito dalla promessa che la politica del «Vaffa» era rivolta equamente verso destra e verso sinistra e che, di conseguenza, la creatura pentastellata non poteva essere collocata né a destra né a sinistra. Anzi, il suo motivo di forza, di fierezza, era proprio l’ambizione di voler superare le antiche categorie di destra e sinistra. Una «narrazione» che, fino a poco tempo addietro, aveva prodotto parecchio nella conta delle schede elettorali. Ma una volta effettuata la scelta di campo, una volta esplicitata l’intenzione di presentare ovunque l’offerta giallorossa, l’anima destrorsa del M5S ha pensato bene di rompere gli ormeggi e di navigare in tutt’altra direzione, tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Ciò detto, è indubbio che iniziative infelici, come quella del Fondatore, contro il voto agli anziani, unite a una sequela di microtasse spalmate sulla manovra economica, non siano piaciute a molti simpatizzanti del Movimento, e forse al suo stesso capo politico Di Maio, costretto a subire il protagonismo di Giuseppe Conte e del di lui sponsor principale Beppe Grillo. Ma dal momento che i 5Stelle sono il primo partito della coalizione, partito che indica il nome del presidente del Consiglio, era quasi naturale che toccasse a loro pagare il prezzo più alto della preoccupazione di militanti e cittadini per la stagnazione economica e per la riproposizione di misure che penalizzano il solito ceto medio. Insomma, il populismo versione grillina rischia di aver ballato per poche estati.

Staremo a vedere ora quali saranno i riflessi del voto umbro sull’esecutivo nazionale, anche se il test decisivo sulla tenuta del governo quasi certamente si svolgerà in Emilia-Romagna, a gennaio 2020. Se, dopo la sessione di bilancio di questo fine anno che, di per sé, sconsiglia rotture di governo, si verificasse, nella regione simbolo della sinistra di governo, il bis della vittoria salviniana di domenica scorsa, probabilmente si potrebbe rimettere in moto un processo destinato a cambiare radicalmente gli equilibri finora costruiti.

Il centrodestra sembra navigare con il vento in poppa pressoché ovunque. Quasi tutte le ultime elezioni regionali hanno visto il successo, ora trionfale ora meno, di Salvini, sulla cui scia sta avanzando anche la Meloni.
C’è chi ipotizza l’avvio dell’operazione Draghi, ossia la staffetta tra Conte e il presidente uscente della Bce. Un’operazione che, tanto per incominciare, dovrebbe ottenere il placet dello stesso Draghi, oltre che del presidente Mattarella, e dei relativi gruppi politici di sostegno. E non sembra che Draghi muoia dal desiderio di trasferirsi a Palazzo Chigi. Anzi, tutto lascia intendere che Super-Mario voglia tenersi alla larga dalla dimora chigiana.

Semmai si profila una semplificazione del quadro complessivo, non soltanto sul piano politico-elettorale, quanto sul piano, per così dire ideologico-culturale. Chi aveva temuto l’irreversibilità dell’avanzata populista, dopo il responso umbro potrà tirare un sospiro di sollievo. Il populismo non è inarrestabile. Gli ottimisti dell’anti-populismo ora sperano, ossia auspicano qualche sgretolamento analogo, in futuro, dal fronte salviniano. Ma il Capitano leghista, nelle sue ultime interviste, ha corretto il tiro di parecchio: «L’euro è intoccabile, l’Europa pure e io sono filoamericano».

Che significa? Salvini ha archiviato, o sta archiviando il suo sbandierato sovranismo? Presto per dirlo, ma di certo le sue ultime prese di posizione segnano un cambio di passo che nessuno aveva preventivato. Idem i toni (di Salvini) nei confronti degli alleati di centrodestra, toni decisamente più soft e rispettosi rispetto al recente passato. Strana la politica, è più imprevedibile del meteo. Fino a pochi mesi fa, il binomio populismo-sovranismo sembrava più imbattibile del Brasile di Pelè. Oggi, invece, il populismo perde colpi su colpi, mentre il sovranismo deve, o vuole, convertirsi, innanzitutto a parole, all’europeismo e all’atlantismo fin qui vituperati. D’altronde: pregovernare, o fare opposizione, è una cosa. Governare è un’altra.

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