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La punizione dei colpevoli e la protezione degli innocenti

«La giustizia, insieme con l’economia, è il terreno di battaglia per eccellenza per chi vuole un ruolo preponderante dello Stato, cioè del Potere, nelle attività e nelle controversie quotidiane»

Tribunale, toga

Il Potere dovrebbe tenersi alla larga dai beni essenziali delle persone (vita, libertà e proprietà su tutti). Invece, la tentazione del Potere di invadere tutti i campi di una società e di colpire i beni dei cittadini non si prende mai un giorno di vacanza. L’obiettivo è chiaro: disegnare una società, un’economia, una giustizia sottoposte a un lungo processo di amministrativizzazione, che poi significa controllo politico-burocratico di ogni atto, di ogni iniziativa, a tutto vantaggio del diritto pubblico rispetto al diritto privato (quest’ultimo sempre più compresso).
La voglia di populismo, che poi significa cercare risposte semplici e istintive a problemi complessi e duraturi, dilaga ovunque, anche fra le forze politiche che pure si dichiarano immuni da influenze di tal genere.

La giustizia, insieme con l’economia, è il terreno di battaglia per eccellenza per chi vuole un ruolo preponderante dello Stato, cioè del Potere, nelle attività e nelle controversie quotidiane.
Anziché depenalizzare molti reati, anziché delegificare, si producono leggi su leggi, che ne istituiscono di nuovi (reati), in una corsa forsennata chiamata positivismo giuridico, che in realtà contribuisce a paralizzare la giustizia molto di più della tanto bistrattata prescrizione (di fatto abolita a partire da gennaio 2020).
Risultato: un Paese semiparalizzato, con numerosi cittadini ridotti allo status di imputati per sempre, una condizione paradossale, che contraddice lo spirito e la lettera della Costituzione, dove, non a caso, viene sottolineato il principio di non colpevolezza.
Ma la Costituzione viene quasi sempre esaltata a parole e vilipesa nei fatti, a iniziare, per esempio, dall’art. 111 che sollecita tempi ragionevoli per la conclusione dei processi giudiziari. Lo stop alla prescrizione, invece, rischia di produrre un effetto opposto (processi infiniti) al sogno auspicato (giustizia rapida).

Si dice. Ma nel mondo anglosassone la prescrizione non c’è e il sistema giuiziario funziona. È vero. Ma colà il sistema funziona perché la discrezionalità dell’azione penale accorcia i tempi dei processi, dal momento che consente una corsia preferenziale per i procedimenti più importanti. Inoltre la separazione delle carriere tra giudici e pm, unita al divieto di appellare le assoluzioni, contribuisce a velocizzare il lavoro di procure e tribunali.
Ma in Italia non vige il modello anglosassone, anche se lo scopo della riforma del codice di procedura penale (1989) non si discostava molto da quella tipologia. In Italia vige ancora l’obbligatorietà dell’azione penale e non è detto che sia un bene archiviarla senza remore particolari. Piuttosto: da noi i processi non finiscono mai a causa della sproporzione tra i mezzi e i fini. E anche se i magistrati lavorassero il doppio delle ore o raddoppiassero di numero, i tempi della giustizia rimarrebbero ugualmente biblici, vuoi perché, come detto poc’anzi, l’istituzione di nuovi reati è una fabbrica in funzione h24; vuoi perché nessuno s’impegna a depenalizzare molti reati; vuoi perché i pm non sono liberi di ignorare molte denunce sciuèsciuè. Ecco, fino a quando non si cambierà registro al riguardo, l’elenco dei processi prescritti si allungherà come il collo di una giraffa. Ma il discorso è più ampio.
Mai come adesso il diritto penale è nel mirino, sotto l’assedio del populismo politico e giudiziario. Da un lato si demonizzano, sul versante politico, tutti gli atti e gli interventi di dubbia democraticità, dall’altro, sul versante giudiziario, si approvano provvedimenti di dubbia compatibilità con il liberalismo penale.

Anche il linguaggio corrente risente di questo arretramento concettuale. Ogni tanto si ha la sensazione di essere circondati dagli idolatri del terrore, vista l’insistenza su frasi come «Tolleranza zero», «manette agli evasori» eccetera. Eppure, come ricordava Aldo Moro (1916-1978), giustizia non significa vendetta.
Il sistema mediatico, per soprammercato, fa da regista e da altoparlante insieme. Vuole anticipare le sentenze, anzi in parte già lo fa perché i processi si svolgono più in tv che nelle aule di giustizia. Il che potrebbe influire sul lavoro, sui verdetti affidati alle corti giudicanti. Scriveva Leonardo Sciascia (1921-1989): «Non si può essere giudici tenendo conto dell’opinione pubblica, ma neppure si può essere giudici non tenendone conto». Un paradosso perfetto. Un rebus inestricabile. Epperò l’alleanza oggettiva tra populismo politico e processo mediatico spesso si risolve in un assedio asfissiante ai danni sia della magistratura requirente sia di quella giudicante.
Il processo penale, quando viene fagocitato, e annullato, dalla strapotenza dei telesalotti, finisce per somigliare sempre di più a un reality show che alla procedura più solenne nella ricerca della verità. E quando i processi si trasferiscono sul teleschermo le garanzie costituzionali e processuali se ne vanno a spasso. Il che, per certi versi, è inevitabile. Infatti: se il processo giudiziario tende all’accertamento della verità, il processo mediatico mira all’enfatizzazione della notizia.

E pensare che un’intellettuale del calibro di Hannah Arendt (1906-1975), una mente capace di sfondare i luoghi comuni più impenetrabili, sosteneva che «giudicare impone di non vedere, perché solo chiudendo gli occhi si diventa spettatori imparziali, operazione impossibile in un mondo saturo di immagini spesso ritoccate».
Cosicché tra le suggestioni prodotte dal processo mediatico e i tempi lunghi di una giustizia penale malata di nomorrea, il rischio che il principio di non colpevolezza finisca per evaporare nella coscienza collettiva è tutt’altro che ipotetico. Manca solo che a breve alcuni casi giudiziari approdati in tv siano consegnati, per la loro risoluzione, al televoto (colpevole/innocente), o a un quiz, tra gli utenti del tubo catodico.
Ecco perché la prescrizione non andrebbe gettata dal balcone come si usava fare, per gli oggetti vecchi, nella notte di San Silvestro.
Per finire. Prescrizione non è una parolaccia. Anche perché il nodo resta quello indicato da Francesco Carrara (1805-1888), simbolo storico del liberalismo penale: «Interessa la punizione dei colpevoli, ma interessa altresì la protezione degli innocenti».

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